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Piccoli omicidi in famiglia PDF Stampa E-mail
Gli omicidi in famiglia sono una costante diremmo quasi fisiologica del panorama omicida italiano (e non solo), al punto che la domanda da porsi forse non è “perché tanti omicidi domestici?”, ma “perché tanta attenzione agli omicidi domestici?" Un’altra risposta alla domanda sull’eccesso di allarme sociale riguarda il supposto aumento degli omicidi in famiglia. Non si è in possesso di serie storiche di una certa significatività, ma per la verità negli ultimi anni, da quando cioè si moltiplicano le notizie, l’andamento è incostante:

2000 191
2001 168
2002 201
2003 178

Quanto ai rapporti autore/vittima, fra gli omicidi in famiglia il contributo più sostanzioso è dato dagli uxoricidi, che a livello nazionale costituiscono il 55,9% degli omicidi familiari nel 2001 ed il 58,5% nel 20022. Uxoricidio significa poi il più delle volte uccisione della moglie; forse non è un caso neppure il fatto che il termine designi, etimologicamente, solo questo tipo di omicidio, e per indicare quella del marito lo si usi estensivamente, senza che si sia sentito il bisogno di coniarne uno ad hoc.
Quando invece sono le donne ad uccidere, lo fanno solitamente in risposta a condizioni di insopportabile frustrazione, per esempio colpendo la figura maschile che le umilia, le opprime, le maltratta; mariti (e padri) vengono uccisi dopo anni o decenni di violenze, prevaricazioni, soperchierie, prepotenze di ogni genere che l’omicida ha subito da parte della “vittima”. Non si vuol dire che sia sempre così, che cattiveria, protervia, tradimento siano appannaggio esclusivo del genere maschile, ma la violenza si esercita di norma dal più forte verso il più debole, sicché – sempre generalmente parlando – le mogli sono più esposte che non i mariti.
Per converso, e a dispetto della presunta attitudine femminile alla dipendenza, in 48 casi di omicidi all’interno del rapporto di coppia, la criminologa Vittoria Borasio trova che l’uomo uccide perché non sa rassegnarsi alla perdita dell’oggetto d’amore, ovvero «se il rapporto era basato sulla possessività e l’autoritarismo assoluto da parte dell’uomo, al fatto di dover accettare una decisione non sua e di perdere così una proprietà, più di un affetto»3. In 27 uxoricidi ai danni della moglie commessi fra il 1955 ed il 1975 e studiati da Di Girolamo e Nesci, gli autori constatano che i mariti non hanno ucciso affatto per amore, bensì per attestare il loro assoluto possesso sull’oggetto amato, che si tratta di soggetti non in grado di tollerare alcun rifiuto da parte della moglie su cui pretendono di esercitare un dominio totale.

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