| Nel nome di Hina |
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NEL NOME DI HINA di Monica Lanfranco Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l'inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l'assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l'ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l'apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali. E' nell'intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini. In questi giorni di ansia per il Libano, per l'Irak e per chissà quante altre guerre e pericoli che incombono rischia di passare come secondaria, o solo come fatto di ordinaria cronaca nera, la morte atroce, in luogo e tempo di relativa pace quale è la provincia bresciana, della giovane Hina Saleem, di origine pakistana, trovata uccisa e seppellita nel giardino della casa paterna. Dopo due giorni di inutili ricerche, innescate dall'allarme lanciato dal fidanzato italiano con il quale la ragazza viveva da poco, il ritrovamento del corpo ha dato il via alle indagini, dalle quale emergono inquietanti risvolti. Sembrerebbe infatti che l'esecuzione di Hina sia stata decisa da un consiglio di famiglia, che ne preferiva la morte piuttosto che il disonore di una convivenza con un uomo di diversa religione: la giovane si sarebbe sottratta ad un matrimonio combinato, trasgredendo al punto da osare convivere. Il padre, che si è costituito ieri pomeriggio, sta raccontando agli inquirenti la dinamica dell'omicidio.Lafoto della ragazza pubblicata dai giornali la ritrae bella, profondi occhi scuri, il sorriso aperto e pieno di vita che ogni ragazza dovrebbe avere nell'affrontare le promesse dell'amore, del futuro, della costruzione della propria esistenza, che invece è stata fermata per sempre dal coltello che le ha tagliato la gola. L'orrore della sua morte ci ricorda che ancora troppi sono i pericoli che le donne corrono, solo perché sono donne: pericoli che hanno le sembianze non di maniaci sconosciuti, di uomini folli o spietati che ti aggrediscono per strada, ma che hanno il volto, lo sguardo e le mani di tuo marito, del tuo compagno, di un tuo parente, di tuo fratello, di tuo padre. Uomini vicini, vicinissimi, che hai amato, spesso che ti sei scelta, con i quali hai progettato la vita, o percorsi di esistenza. Ci rammenta che fino a quando la libertà di scelta delle donne di vivere pienamente e senza vincoli, terreni e ultraterreni, non verrà considerata indicatore prioritario per la realizzazione della civiltà, della cultura e della politica di un paese e di un popolo nessuna donna e nessun uomo saranno al sicuro. Ci testimonia che la pace e l'armonia tra i generi si costruiscono a cominciare dalla sconfitta delle tenaci e letali visioni fondamentaliste di chi usa le religioni brandendole come spade e come uniche fonti per tenere l'ordine e il controllo, visioni che diventano leggi di regimi totalitari, spesso succhiate con il latte dalle madri, che purtroppo sorreggono l'architrave patriarcale, potente alleato di ogni regime liberticida, sessuofobo e oscurantista. Ci incalza a non perdere di vista che la sfida, oggi specialmente in tempi di guerra e scontro di civiltà, che deve raccogliere chi si dice femminista e di sinistra è quella di rilanciare i valori della laicità e dell'autodeterminazione femminile, fragili sempre e da tramandare con costanza e ostinazione alle giovani generazioni, per metterli a disposizione di ogni persona, specialmente di chi arriva in occidente, come beni preziosi, collettivi, e irrinunciabili. Hina ne voleva godere, e forse è stata lasciata sola, troppo sola di fronte al pericolo. Così come era stata lasciata sola la giovane operaia italiana perseguitata dall'ex fidanzato, nonostante lo avesse più volte denunciato alla polizia, e uccisa dallo stesso alcuni mesi fa. Così come sole sono state lasciate le oltre 200 donne ammazzate tra le mura domestiche lo scorso anno, punte sanguinanti dell'iceberg della violenza di genere. Sole, perché accanto alla costernazione e all'orrore c'è ancora troppa gente, e troppe culture, e troppi modi di pensare, che giustificano la violenza contro le donne. Si dice: certo è orribile che sia stata stuprata, picchiata o uccisa. Però. Però forse una donna non dovrebbe essere troppo libera; non dovrebbe provocare con l'abbigliamento, e perché poi studiare, o lavorare fuori casa invece di sposarsi e fare la mamma, perché essere inquieta, non stare al suo posto, chiedere, volere vivere? Perché non sottostare alla legge del padre, a quella del clan, a quella di dio? Troppo spesso gli omicidi di donne vengono giustificati e letti , quasi compresi e quasi empatizzati, come gesti di uomini disperati che non sono riusciti a sopportare il dolore e il peso della separazione, per troppo amore, per troppo attaccamento. E va a finire che era lei, la vittima, quella donna così troppo autonoma, ad essere egoista, insensibile: troppo poco donna, appunto. |
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