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UNA DIFFICILE DEFINIZIONE PDF Stampa E-mail
La situazione di vita, lavorativa ed occupazionale dell’occidente modernizzato non è più definibile con certezza. Il contesto socioeconomico occidentale appare in rapida evoluzione e con esso i concetti che lo definiscono, frammentati in una pluralità di immagini e di significati. Significanti non più connessi ai propri significati, la qualità e la sicurezza lavorativa crescono in maniera inversamente proporzionale su due rette parallele. Una trasformazione che definisce e coinvolge uno dei principali problemi socioeconomici contemporanei rappresentato dalla metamorfosi del lavoro. Nel XX secolo il lavoro si configurava come un sistema di distribuzione del reddito, di partecipazione remunerata alla produzione di beni e servizi, di sicurezza sociale e di diritti. Attualmente è difficile trovare una definizione adeguata, il lavoro è sottoposto a profonde trasformazioni a causa del progresso tecnologico, del cambiamento del sistema produttivo e delle politiche adottate. Si comincia a parlare di lavori, le forme di lavoro si moltiplicano per contrattualità, per orari e per luoghi.
Il lavoro diviene meno sicuro, inserito nella forbice di due elementi riconducibili all’attuale politica economica ultraliberista di matrice neoliberista: il ridotto interventismo statale con il conseguente trasferimento delle responsabilità ai lavoratori e alle imprese e la riduzione del costo del lavoro seguita da una moderata crescita salariale e da un’elevata quota di lavori flessibili che non forniscono alcuna garanzia futura ai lavoratori. Il contesto socioeconomico europeo, come quello nazionale, è caratterizzato da una parte dal miglioramento della qualità nel lavoro, grazie all’evoluzione del lavoro da materiale a mentale e al progresso tecnologico ed organizzativo che consente di lavorare di meno e di produrre di più, ma anche da un peggioramento della sicurezza nel lavoro, in seguito all’aumento dell’utilizzo delle forme di lavoro temporaneo. La diffusione di tali forme di lavoro viene giustificata dai paesi europei con due motivazioni: per ridurre la disoccupazione e per ridurre la spesa per le politiche lavorative di tipo passivo, principalmente rappresentata dai sussidi alla disoccupazione. Molte indagini hanno però riscontrato che un lavoro temporaneo è caratterizzato da un maggiore stato di insicurezza legato alla scadenza del contratto. Secondo l’indagine svolta dal Right Management Consultants, il grado di sicurezza del posto di lavoro in Italia è sceso in questi anni dal 52% al 49% e ciò significa che è aumentata la quota di lavoratori che temono di perdere il lavoro entro un anno e la quota di coloro che sono convinti di non riuscire a trovare un lavoro simile alle stesse condizioni economiche. Questa situazione si riflette sulle condizioni di vita dei cittadini che rimangono complessivamente basse, molte famiglie risultano del tutto prive di occupati. In tale contesto occorre considerare la nascita di una nuova classe sociale, quella dei cosiddetti working poors, cioè un gruppo di persone che riesce a sopravvivere solo intrattenendo più rapporti di lavoro contemporaneamente, lavori poco qualificati, mal retribuiti e facilmente sostituibili attraverso l’automazione o attraverso la forza lavoro proveniente da altri Paesi dell’est europeo, del continente asiatico e di quello africano. Per reagire ad una simile situazione occorre necessariamente intervenire con delle politiche in grado di spezzare la crescita asimmetrica delle due componenti che regolano la vita naturale di un Paese, una migliore qualità nella dimensione lavorativa, da cui deriva una maggiore qualità del ciclo produttivo e quindi della capacità competitiva, deve essere obbligatoriamente accompagnata da una maggiore sicurezza esistenziale che deriva in gran parte dalle condizioni lavorative di un individuo e con esso della sua comunità di riferimento.

Federico Zia

 
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