| Libero blog in libero stato |
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Niente dovrebbe essere più scontato, in un paese che si dichiara democratico, della libertà dell'informazione. Eppure niente sembra così lontano dal nostro particolare modo di intendere la democrazia e l'informazione. E come venga considerata, più che un bene da proteggere ed un valore importante per la convivenza democratica, un affare tra bottegucce di partito e lobby, che vengono lasciate libere di spartirsi le spoglie di quella che, a ben guardare, è la nostra libertà. Un corretto modo di informare difatti è una componente fondamentale per lo svolgimento equilibrato della vita democratica, in quanto solo informandosi compiutamente è possibile scegliere quello che si ritiene essere il bene migliore per se stessi e per la collettività. Eppure, proprio adesso che assistiamo ad una rapidità ed ad una profondità impensabili del messaggio, si moltiplicano gli attacchi per mettere sotto controllo la voglia di comunicare “fuori dal coro” che la disponibilità di mezzi adatti ha fatto emergere.I filoni seguiti sono, storicamente, due, ai quali se ne è recentemente aggiunto un terzo: la difesa dell'infanzia, con le solite leggi antipedofilia o antiterrorismo che alla fine colpiscono solo le libertà collettive, la difesa dalla diffamazione a mezzo stampa (elettronica e non) che serve solo a tappare voci originali, ed ultima, la battaglia contro le riprese fatte col telefonino, in cui un'indebita confusione tra mezzo ed evento ripreso sembra snaturare il senso di ciò che si vede. Chi segue da anni il mondo delle nuove tecnologie sa bene come queste minacce siano cicliche, e come si siano ripresentate identiche nel corso degli anni senza riuscire mai, totalmente, nel loro intento, ma come ogni volta abbiano portato via qualcosa che ci apparteneva, ovvero quella libertà di pensiero, e di esposizione dello stesso, che la nostra costituzione dovrebbe garantirci. Invece, con l'equiparazione del blog a “mezzo stampa”, per assurdo esprimere il proprio pensiero sul web entrerebbe a pieno titolo nell'orbita delle norme penali sulla stampa. Ovvero, diffamazione aggravata. Norme di questo genere ci accomunerebbero con Cina e Birmania, oltre che necessitano di un apparato apposito atto a reprimere e controllare il libero pensiero dei cittadini, violandone privacy e diritti fondamentali. L'ennesimo ripresentarsi di una legge che, obbligando ogni “prodotto editoriale”, tra cui pare (il governo non lo sa, ed intende, molto ipocritamente, far decidere cosa rientri in quella definizione e cosa no da un'apposita commissione.) compaiono anche i blog, ad una registrazione in un apposito albo, sommando costi e fastidi della burocrazia ad un lavoro spesso gratuito. Tutto per consentire una rapida intercettazione del “responsabile” di quanto scritto, che non è ancora del tutto chiaro se debba o no essere un giornalista pubblicista. In buona sostanza, chi ha un blog dovrebbe: registrarsi su un apposito elenco, allungare le solite marche da bollo, ed aspettare; ingaggiare un giornalista che si prenda la responsabilità di quanto pubblicato, e pagarlo per il fastidio secondo il tariffario dell'Ordine dei giornalisti. Tutto questo, per ogni blog posseduto. Chi come me si trova a gestirne più di uno vede decuplicate sia le spese che le procedure, e si troverà costretto a scegliere per una buona probabilità per la chiusura. Il padre della riforma, il finora sconosciuto Riccardo Franco Levi, tende a sdrammatizzare: "Lo spirito del nostro progetto non è certo questo. Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile". Ma tuttora nessuno è in grado di dire con certezza se, per esempio, il blog di Beppe Grillo, che sembra essere il principale destinatario di questa manovra, assieme ad un ampio sottobosco di informazione indipendente che da anni popola la rete, sia tenuto o meno a questa registrazione. Si può solo sperare che anche questa volta i propositi peggiori vengano poi abbandonati, ma continuare a trascurare il problema ci porterà ad essere ultimi, oltre che come infrastrutture, anche come contenuti. E rinunciare ad un settore di vitale importanza come le comunicazioni in questa fase storica ci costerà carissimo, in termini di sviluppo, e di futuro. |
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