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LABORATORIO DEL GRAN SASSO: VA SCONFITTO IL PARTITO DEL NO PDF Stampa E-mail
Nel convegno indetto due mesi fa dalle autorità scientifiche dell’Istituto di Fisica, insieme al Premio Nobel Rubbia ed alle Autorità di Governo, è stata riaffrontata e ripresa in esame la questione della sperimentazione nelle viscere del Gran Sasso, laboratorio di interesse internazionale che ormai, come ha dichiarato lo steso Rubbia, è all’attenzione di altri Paesi più robusti economicamente e maggiormente impegnati nella ricerca scientifica. Di tale questione, fortemente sottovalutata, in particolare dall’ambiente aquilano e in generale dalla Regione Abruzzo, se ne discute solo in determinate occasioni, quasi ignorata, eppure il laboratorio è uno dei centri di una importanza estrema. Ricercatori internazionali di fisica terrestre e nucleare fanno riferimento a questo impianto.  E’ collegato al CERN di Ginevra dove si attua la fisica sperimentale attraverso eccezionali acceleratori che spappolano il nucleo e arrivano alla cosiddetta antimateria. In modo particolare sotto il Gran Sasso avviene la sperimentazione sulla massa, in quale quantità il neutrino possiede una massa, valutata, tracciata e individuata. Al di là del carattere scientifico, che è materia altrui, il problema è di carattere politico. Nel 1990 il Parlamento Italiano, attraverso la Commissione Ambiente e Lavori Pubblici della Camera, votò all’unanimità una legge di finanziamento per la messa in sicurezza dei laboratori del Gran Sasso per la realizzazione di un cunicolo di servizio e per l’ampliamento di altri due cameroni. Attualmente ce ne sono tre, la cui insufficienza è stata denunciata anche dal mondo scientifico, ove avvengono le sperimentazioni. Queste problematiche portarono la Commissione al finanziamento di 110 miliardi di lire come primo impegno e di altri successivi 60 miliardi negli anni a seguire a carico del bilancio dello Stato. Purtroppo la polemica sterile, da parte dell’ambientalismo di maniera, e i fatti relativi al 1992, hanno portato disattenzione e trascuratezza nella risoluzione di tale problema. Oggi si cerca una sorta di simil-soluzione, nel senso che si è ancora convinti che quelle sperimentazioni vanno fatte e vanno irrobustite nell’interesse della nazione e della ricerca scientifica, però non si ha il coraggio di affrontare il problema della messa in sicurezza di questo impianto perchè vi è una certa opinione, ancora contraria dell’ambientalismo di maniera, secondo cui interferirebbe con l’interesse degli acquiferi e metterebbe in pericolo l’alimentazione del versante aquilano e teramano delle acque ad uso idro-potabile delle comunità. Va tenuto conto che la Commissione ai Lavori Pubblici e Ambiente all’epoca fece due sopralluoghi e vi erano presenze autorevoli, anche del mondo ambientalista, come Antonio Cederna e Chicco Testa, che pure valutarono positivamente l’intervento di ampliamento e di messa in sicurezza di quegli impianti e non appariva l’incompatibilità con il sistema dell’alimentazione del lato aquilano e teramano. Furono tutti elementi valutati e sviscerati fino all’inverosimile e il risultato fu un voto unanime in direzione di tale potenziamento. Lo stesso Rubbia ha parlato della necessità di un ampliamento, ma rendendosi conto di una sorta di opposizione preconcetta da parte di alcune forze politiche che attualmente governano la regione, ha fatto intendere in maniera implicita che avrebbe proposto un trasferimento in altra sede sempre all’interno di un ambiente protetto, ideale, in cui la mancanza di interferenze consentono la riuscita della sperimentazione, così come è il Gran Sasso. Se dovessimo seguire la strada del trasferimento salterebbe l’intero progetto. Allora furono valutate in modo positivo le condizioni dell’attuale ambiente e con opportuni interventi è sicuramente possibile far convivere le sperimentazioni con altre attività umane. Occorre sostenere la necessità di utilizzazione e di ampliamento. Sarebbe delittuoso perdere altro tempo a causa di incertezze che costerebbero all’intera collettività il trasferimento dei laboratori. Intelligenze e coscienze maggiormente sensibili dovrebbero tornare all’originario progetto di ampliamento e messa in sicurezza con tutte quelle opportune attenzioni che la situazione attuale potrebbe richiedere e consigliare. Nei primi anni ’90, quando si diede seguito alla prima disposizione della legge, fu dato incarico al prof. Marcello Vittorini di valutare e studiare l’impatto ambientale che questo intervento avrebbe rappresentato per l’intera area. Lo studio fu approvato dal Ministero dei Lavori Pubblici e dal Ministero dell’Ambiente, quindi non vi erano leggerezze o trascuratezze. La legge che finanziava i 110 miliardi di ampliamento e messa in sicurezza prevedeva un cunicolo sopra le due gallerie di collegamento diretto con i cameroni, il coinvolgimento di un consorzio tra l’Istituto di Fisica Nucleare e l’Università per creare una interconnessione di interesse tra i due mondi ed un restauro esterno che allocasse meglio tutti i detriti. Una legge non solo di finanziamento ma anche di indirizzi di sostegno e frutto dell’attenzione di una Commissione Parlamentare che non aveva voluto dare solo una risposta all’Abruzzo in termini finanziari, ma si era fatto carico anche e soprattutto di rendere la struttura maggiormente compatibile sia con l’ambiente locale che con quello della ricerca scientifica nazionale.

Federico Zia

 
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