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Nella società contemporanea
globalizzata, caratterizzata dalla competitività e dalla
variabilità dei mercati, il problema socioeconomico che
abbraccia l’occidente modernizzato e tecnologicamente avanzato è
rappresentato dalla trasformazione del lavoro causata dalla
trasformazione del mondo della produzione e del consumo e dalla
politica economica neoliberista. La politica economica neoliberista è
basata principalmente sul ridotto interventismo statale, sulla bassa
pressione fiscale, sulla riduzione del costo del lavoro, su una
maggiore quota di investimenti, sull’elevata stabilità del
potere d’acquisto, su un’alta quota di lavori a tempo parziale,
sul trasferimento delle responsabilità ai cittadini e alle
imprese e su una moderata crescita salariale. Nel 1989, crollato il
muro di Berlino e con esso il comunismo, cominciò ad essere
incentivata a livello mondiale la linea neoliberista portata avanti
dagli USA. Il lavoro stabile, sinonimo di sicurezza, tipico
dell’epoca taylor-fordista, che ha contraddistinto gran parte del
XX secolo sta progressivamente scomparendo dal contesto occidentale
traducendosi in lavoro precario.
Il lavoro cambia, ormai frammentato
in molteplici immagini e concetti. Non si parla più di
attività singola ma di attività plurali. La
flessibilità individuale si interseca con quella contrattuale.
Orario flessibilizzato, precariato legalizzato dalla mancata
applicazione delle leggi di settore, e nuova mobilità sono le
ultime parole d’ordine che dominano la dialettica sociale. Uno
degli elementi principali che impone la flessibilità,
individuata come bisogno urgente dell’economia mondiale, è
la variabilità dei mercati in un mondo economico-finanziario
dove le nuove tecnologie e le reti d’imprese snelle e sempre più
fitte stanno trasformando il mondo della produzione e del consumo e
con esso il mondo del lavoro. La flessibilità, secondo una
visione imprenditoriale, va introdotta per garantire l’esistenza
dell’impresa e dell’occupazione, secondo quella sindacale va
concessa entro certi limiti che garantiscano la tutela e la massima
occupazione. Non bisogna dimenticare che i lavori flessibili sono
lavori che richiedono all’individuo di adattare l’organizzazione
della propria esistenza alle mutevoli esigenze delle organizzazioni
produttive con tutte le conseguenze che ne derivano sia in termini di
oneri personali che sociali, a carico dell’individuo e della
comunità di riferimento. La flessibilità comunque ha
un’incidenza differente sugli individui a seconda del tipo di
lavoro svolto, ad esempio può favorire l’accumulo di
competenze trasferibili da un tipo do organizzazione ad un’altra,
ma può anche provocare una progressiva diminuzione del salario
nel passaggio da un datore di lavoro ad un altro a causa dell’elevato
numero di disoccupati presenti sul mercato del lavoro e può
prospettare la disoccupazione nel pieno dell’età matura. Una
visione sconfortante dove il diritto al lavoro viene attaccato, le
classi lavoratrici e le loro forme associative frammentate, l’impresa
deresponsabilizzata, l’individuo sovraccaricato di rischi scaricati
dallo Stato e dall’economia. Nella società contemporanea i
rapporti di lavoro normali, i sistemi di contrattazione
neocorporativistici, e i sistemi di previdenza sociale sono messi in
discussione dalla modernizzazione capitalistica fine a se stessa
basata sull’ultraliberismo di matrice neoliberista che non tiene in
considerazione né lo Stato Sociale, né la dimensione
umana e valoriale dei lavoratori. Nel modo di percepire il lavoro
cambiano le modalità di servizio nei contenuti, meno
manipolativi e più cognitivi, nei compiti, meno operativi e
più cooperativi, nelle abilità, meno specializzate e
più versatili. Una trasformazione che coinvolge anche le
modalità di fornitura del lavoro, la manualità viene
meno e con essa il relativo numero di lavori e di lavoratori. Al
lavoratore moderno si richiede flessibilità mentale ed
operativa, spirito si squadra, reattività intellettuale e
pratica. Un mutamento che condiziona la stabilità, influenzata
dalla minore permanenza del lavoratore nell’impresa, e la tutela,
condizionata dalla precarizzazione del lavoro e dalla
desolidarizzazione del mondo del lavoro che indebolisce le
organizzazioni dei lavoratori. I modi di lavorare cambiano perché
la tecnologia e l’impresa si sono fatte più flessibili, non
si produce più per lo stoccaggio ma si produce per il mercato
secondo il procedimento just in time : “produrre esattamente la
quantità richiesta, né più né meno”.
Questo meccanismo ruota attorno al concetto di qualità
affidato ai lavoratori e alla loro cooperazione, utile al buon
rendimento di un’impresa ma una buona collaborazione ed una
eccellente prestazione richiedono una relativa stabilità del
posto, la sicurezza nel lavoro, in quanto la fiducia e la
cooperazione sono due concetti che crescono parallelamente nella
stessa direzione e in maniera direttamente proporzionale. Dalla
mancanza di questa condizione scaturisce una grande tensione nel
mercato del lavoro e nelle condizioni di lavoro.
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