| Homo Precarius |
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L'elemento di novità degli ultimi anni nel panorama del lavoro è sicuramente rappresentata dall'irruzione massiccia di lavoratori precari. Le forze politiche di entrambi i fronti sembrano essere concordi sul considerare il ricorso a questi contratti definiti “atipici” come la ricetta per far uscire il paese da una situazione di stagnazione pluriennale. Si tende però a trascurare l'impatto che questa vera e propria rivoluzione ha avuto, e sta tuttora esercitando, su più generazioni di lavoratori, e futuri tali; impatto che si caratterizza come vero e proprio shock culturale, e che rischia di vanificare i vantaggi che gli stessi lavoratori potrebbero trarre da questo processo di innovazione del mercato del lavoro ormai avviata ed irreversibile. Il presupposto fondamentale di questa nuova maniera di concepire il lavoro, e con esso i lavoratori, è non considerare più i rapporti di lavoro come forme contrattuali che impegnano nel lungo periodo, privilegiando forme più agili, ed a corto raggio, generalmente non superiori all'anno. Oppure, legare la durata del rapporto di lavoro ad un determinato progetto da portare a compimento. Inutile dire che questo non ha incontrato i favori dei diretti interessati, che preferiscono interpretarlo esclusivamente come una sconfitta ed una perdita di sicurezze e diritti considerati oramai acquisiti ed inalienabili.
Questa trasformazione ha avuto immediate ripercussioni sul tessuto sociale, andando ad alzare ancora di più le statistiche relative alla permanenza dei giovani nella famiglia d'origine, che si preferisce interpretare non come una cronica mancanza d'alloggi, di servizi e di lavoro, ma come l'espressione tipica del “mammonismo” del popolo italiano, in un curioso gioco all'autodenigrazione nazionale. Il dato evidente rimane comunque un significativo cambiamento del modo di partecipazione collettivo allo spazio lavorativo, vissuto come una più o meno lunga serie di esperienze di breve termine, spesso non correlate neanche da una continuità di ruolo o di mansioni. In effetti, questo modo di intendere il rapporto di lavoro non è totalmente una novità: è sempre stato una costante dei quadri di alto livello, sia, storicamente, delle fasce più povere, che reperivano il loro reddito attraverso il lavoro a cottimo, soprattutto con lavori stagionali. Questi due campi di applicazione, nettamente antitetici come aspettative e possibilità di crescita offerte, stanno a rappresentare alla perfezione come l'introduzione di queste nuove forme di lavoro possa prestarsi alle più diverse valutazioni, sia in termini di qualità, che di quantità che di resa in termini di produttività del lavoro stesso. Per quanto riguarda i fattori negativi, è innegabile come vengano sradicate intere generazioni di lavoratori, abituate a garanzie ben precise, o come questo senso diffuso di insicurezza influenzi negativamente l'intero sistema-paese, contribuendo così ad alimentare il circolo vizioso di scarsa sicurezza e paura per il futuro che si alimentano a vicenda senza che se ne riesca ad intravedere la fine. Ma, dall'altro lato, questo nuovo modo di intendere soprattutto i rapporti di forza tra le parti, può riservare anche qualche sorpresa in positivo. Abituati come siamo ad un mercato del lavoro estremamente passivo, a degli imprenditori privi di iniziative ed ad una percezione parassitaria del lavoro dipendente, non si riesce ad apprezzare appieno lo scossone di vitalità che può dare alla nostra società l'inserimento di concetti dinamici quali la formazione continua, una reale meritocrazia, e soprattutto la creazione di un ambiente lavorativo competitivo e stimolante. D'altro canto, per riuscire veramente ad apprezzare questi vantaggi, c'è bisogno di una ridefinizione netta dei ruoli di ogni attore: i lavoratori debbono decidere di mettersi in gioco continuamente, i datori di lavoro invece debbono essere in grado di amministrare le loro attività in un regime altrettanto flessibile e dinamico di quello che pretendono dai loro dipendenti, interpretando il mercato di riferimento, ed il relativo profitto, in maniera fortemente orientata ad una visione del futuro che sia accettabile da tutti in un'ottica di lungo periodo. L'unica strada che porta fuori dalla palude della stagnazione è la rinuncia alle sicurezze garantite in precedenza solo attraverso leggi che penalizzavano la libera circolazione del capitale e della forza lavoro senza analizzare a fondo il dato macroeconomico della insostenibilità sul lungo periodo in cambio di una strategia che consideri il miglioramento futuro come condizione imprescindibile. E, se molto è stato fatto proprio sullo status del lavoratore dipendente, tuttora non sembrano esserci uno sforzo corrispondente o interventi significativi da parte del mondo dell'industria e dell'imprenditoria, che sta gestendo il tutto come un inatteso vantaggio di tipo economico da sfruttare finché l'intero sistema non tracollerà sotto la spinta del ritorno al passato innescata dalle condizioni peggiorative inflitte ai propri dipendenti. Forti del fatto che eventuali azioni di tipo corporativistico e sindacale possono essere smorzate dall'utilizzo del potere ricattatorio che le nuove forme contrattuali possono consentire, tendono a gestire la situazione attuale senza l'ampio respiro che esige l'attuale congiuntura sia storica che economica, con la pretesa di cogliere solo vantaggi personali senza accollarsi il peso di migliorare o innovare quanto di loro competenza. In buona sostanza, il capitalismo nostrano non sembra aver accettato la sfida che invece hanno dovuto cogliere, volenti o nolenti, i loro sottoposti, lasciando scivolare tutto il peso delle mutate condizioni sulle fasce sottostanti. Finché persisterà questa situazione, sarà ben difficile vedere dei reali miglioramenti nelle condizioni macroeconomiche del paese. Come in ogni mutamento epocale, anche in questo caso c'è la possibilità di operare delle scelte, che a seconda della loro opportunità contribuiranno a disegnare lo scenario futuro: allo stato attuale si possono quindi già esprimere sia osservazioni che previsioni per il futuro che possono aiutare a decidere con coscienza quale potrebbe essere la strada migliore da percorrere. Allo stato attuale, la risposta ad un sistema economico e sociale complesso può essere solo una progressiva flessibilizzazione dei rapporti che intercorrono tra le varie parti sociali, pena la sclerosi del sistema nel suo complesso. Ma questo bisogno di minore rigidità deve essere affrontato dal sistema nel suo complesso, evitando quindi che il peso delle manovre necessarie vada a scaricarsi esclusivamente su alcuni settori del tessuto produttivo lasciandone sostanzialmente liberi altri, pena una crescita esponenziale della conflittualità, che risulterebbe particolarmente ostica da gestire e dalle conseguenze tutto sommato abbastanza imprevedibili. L'affrontare queste sfide è compito attuale ed assolutamente non delegabile delle forze di governo e del mondo imprenditoriale, che debbono congiuntamente garantire la tenuta del sistema nel suo complesso rispettivamente sul piano dei diritti del singolo e su quello della crescita economica. Per quanto invece concerne il lavoratore, è chiamato a farsi carico del difficile compito di reinterpretare il suo ruolo in un contesto estremamente mutevole, che lo spingerà a dover variare e riconsiderare il proprio ruolo e la propria posizione un numero virtualmente infinito di volte nel corso della sua carriera lavorativa. Ma che, d'altro canto, lo lascia libero di spaziare nei vari settori senza la rigidezza che caratterizzava la precedente situazione: l'accento viene posto in maniera sempre più esclusiva sulle capacità personali e sul merito, permettendo quindi la crescita professionale ed umana continua, e non più indirizzata esclusivamente da binari predeterminati. In buona sostanza il futuro, nonostante le promesse tutt'altro che rosee, deve essere ancora scritto. E dipenderà in larga misura dalle capacità personali di ognuno, e dalla corretta interpretazione delle sfide che ci troveremo di volta in volta ad affrontare. Inoltre, la complessità delle varie dinamiche in gioco presuppone la capacità di riuscire ad interpretare in un'ottica estremamente allargata ed orientata al futuro dei dati puramente analitici riferiti al particolare ed al passato. L'unico modo per far si che questo sia possibile è considerarli in un'ottica filosofica, in grado di comprendere ed accettare questa complessità in maniera totale, senza tentare di ridurla ad un semplice rapporto problema – soluzione, trascurando la natura problematica e concentrandosi esclusivamente sulla ricerca di una soluzione. Il filosofo inoltre si trova a ricoprire il ruolo di chi, magari non avendo in tasca ricette facili per uscire dai guai, riesce a fornire nuovi orizzonti interpretativi, ed ad evidenziare come la situazione attuale, specchio di una complessità irriducibile ed in continua, esponenziale crescita, abbia al suo interno i semi di ogni problema e di ogni soluzione, a patto di saper cogliere la natura non solo negativa di ogni problema, ed a patto di essere in grado di rinunciare al proprio punto di vista in favore dell'adozione di infinite angolazioni in grado di cogliere ogni sfida con tutte le sue sfaccettature.
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