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COME CAMBIA LA SICUREZZA NEL LAVORO |
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Il concetto di “sicurezza nel lavoro”
ha di per se sempre contenuto un’unica dimensione, almeno dalla
nascita della società industriale e dal riconoscimento
giuridico ed istituzionale delle organizzazioni sindacali, cioè
la stabilità dell’impiego fisso come garanzia della
sicurezza economica e sociale. Questo concetto non deve essere
confuso con la “sicurezza nei luoghi di lavoro e dei lavoratori”
che invece è un aspetto che rientra nella dimensione delle
condizioni di lavoro ed abbraccia perciò il tema della
qualità. Nella società contemporanea tale concetto sta
cambiando insieme al lavoro perché l’impresa non può
più offrire la sicurezza del posto e della carriera in quanto
il suo orizzonte previsto e la durata della sua vita media si sono
ridotti. Deve fare continuamente i conti con un mercato che cambia e
quindi deve sapersi adeguare e all’occorrenza ristrutturare. Lo
scambio tra azienda e lavoratori si sposta allora su un altro
terreno: quello delle competenze e delle conoscenze che devono essere
continuamente aggiornate e ampliate.
Il lavoratore deve sapere di più
di quanto richiesto dal contesto attuale, per potersi rapidamente
muovere nel campo delle tecnologie che evolvono e dei modelli
organizzativi che cambiano. Le forme che compongono il percorso
lavorativo di una persona sono sempre più composite e
caratterizzate da diverse posizioni nella professione, da un diverso
impegno temporale, da una diversa natura del rapporto di lavoro
prestato in diverse imprese. L’elemento continuità
dell’esperienza lavorativa sta scomparendo. Il lavoro atipico
tende a diventare una forma ordinaria, soprattutto in certe fasi
della vita lavorativa. Duttilità, mobilità, e capacità
di integrazione sono diventate le qualità più
apprezzate dalle aziende e dagli imprenditori. Le logiche
dell’aziendalizzazione, con la crisi dello Stato Sociale, hanno
pervaso ormai anche diversi settori della Pubblica Amministrazione e
molte delle scelte della politica nazionale e regionale, sono oggi
fortemente orientate più al risanamento o al pareggio dei
bilanci che alla attenzione alla persona che lavora. In una
situazione come quella attuale in cui la sicurezza nel lavoro non può
essere ricercata nella stabilità del posto, nella durata
dell’organizzazione d’impresa o nell’appartenenza a una
categoria sindacale forte, è necessario uno slancio innovativo
che si spinga alla ricerca di nuove modalità di combinazione
tra le esigenze di sicurezza e le nuove condizioni di instabilità,
di innovazione, di rischio, cioè la creazione di una società
inclusiva dove l’accesso al lavoro resti un veicolo importante di
integrazione e cittadinanza. Un concetto importante a tale riguardo è
quello di flessibilità sostenibile che sottintende uno
sviluppo che tenga conto sia delle esigenze delle generazioni
presenti, sia dei bisogni delle generazioni future. Questo significa
valutare gli obblighi sociali che derivano da un’evoluzione oramai
irreversibile e la necessità di rendere sostenibile questa
nuova condizione. La prospettiva della flessibilità
sostenibile si può definire secondo Luciano Gallino come
“l’effettiva possibilità dell’individuo di gestire il
lavoro e il suo eventuale cambiamento, in modo tale da mantenere e
migliorare la propria situazione di benessere. Questa condizione
della persona deve essere resa possibile da politiche inclusive e da
un quadro sociale di sostegno della comunità e della famiglia
che tendano a massimizzare le opportunità e minimizzare gli
aspetti negativi”.
Federico Zia
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