A ben vedere la vita è proprio strana: è l'unico bene del quale si può sentire
la mancanza solo avendolo ben stretto tra le mani. Adesso a stare lontana da
casa, o meglio a non sapere se ci sarà più o meno una casa, provo un sacco di
sensazioni contrastanti. La gioia di esserci ancora, il disagio della vita
transumante, gli sbalzi d'umore da stress si stratificano in qualcosa di mai
provato prima.
Abbiamo vissuto oltre 20 secondi di eternità. Chi ci è
passato sa perfettamente di che parlo: non è vero che quando stai per morire la
vita ti passa davanti. La vita ti si presenta addosso come un monolite, è tutta
intorno a te eppure così lontana... E senti tutta la tua paura. La paura di
perdere la possibilità anche di averla, quella fottutissima paura che ti
immobilizza sotto una scrivania mentre ti piovono addosso come proiettili i tuoi
amati beni. Siamo stati tutti come sospesi, mentre intorno piovevano calcinacci,
mentre la luce saltava, mentre il gas inondava le strade ed assieme alla polvere
disegnava nuovi scenari. L'orizzonte improvvisamente si è incrinato e ci è
crollato addosso.
Io ero rientrata da un paio d'ore. La scossa
precedente mi aveva inquietato, ed avevo deciso di andare a fare due passi, e
qualche tazza di incoraggiamento al sonno. Avevo spento il portatile da poco e
dormivo il sonno dei giusti pensando che comunque il giorno dopo non ci sarebbe
stata scuola, e che potevo continuare a rotolarmi sotto le coperte fino a tardi,
previa telefonata di ricognizione. Pensavo a come recuperare le lezioni perdute,
che sennò stì ragazzi alla maturità che gli raccontano... Per fortuna il mo
corpo non ha perso tempo a riflettere e si è posizionato proprio dove doveva
essere. L'avevo progettata tante volte, quella scena. Fifona, ma organizzata.
Non ho avuto tempo di avere panico. Solo quello di infilarmi sotto la scrivania,
mettere le mani dietro la nuca ed aspettare. Aspettare di respirare ancora.
Aspettare di sentire le voci degli altri. Aspettare di camminare ancora, e poi
correre, correre giù a rotta di collo sui calcinacci, per le
scale...
Appena finita la centrifuga ho scoperto d essere tutto sommato
molto più forte di quanto io stessa credessi. Niente panico, niente fretta.
Gesti precisi, lucidità folle di chi pretende di sopravvivere anche quando la
natura non sembra dello stesso avviso. Chiamo i miei. Portatile, borsa, soldi,
scarpe, occhiali. Le coperte già le avevo messe in macchina, preventivamente.
Non sento la voce di mio fratello. Mamma strilla: un mobile è caduto davanti la
porta. Pensavo peggio: i mobili si spostano, si chiamano così per questo. Ce la
possiamo fare. Urlo a tutti di vestirsi e scappare, non so quante volte.
Agguanto i vestiti in blocco. Poi scoprirò di avere pescato un completo
“elegante” di lana, due cappotti... per fortuna anche un paio di jeans. Metto un
pile e mi maledico per non aver dormito con la tuta come nei giorni precedenti.
Urlo ancora, non capisco se sono pronti. Il mobile è stato spostato, papà si è
leggermente tagliato, ma pace. La strada è libera. Mi fiondo per le scale, i
calcinacci sono scivolosi, la polvere è dappertutto. Esco fuori tra i primi.
Apro il cofano della macchina e ci butto dentro tutto quello che ho in
mano. La luce va e viene, si sentono urla, e crepitii di mattoni che si
sbriciolano. Si sentono le urla di chi è rimasto bloccato in casa, le suore del
convento di fronte.. una studentessa dell'altra scala. C'è un ragazzo che prova
a liberare la porta. Un paio di tentativi, poi ci riesce e scendono entrambi.
Sposto la macchina: non tutti i segni della pioggia di cemento che ha addosso
sarebbero stati mortali, ma io ho una sola testa. Solo i fari della macchina nel
piazzale, sulla polvere bianca fanno effetto nebbia. Le suore ospitano un sacco
di anziani, di disabili. Piano piano emergono dal portone come fantasmi. Urla,
alcune porte sono bloccate: provo a chiamare i soccorsi. Le linee sono bloccate,
il cellulare è utile solo come arma da lancio, ma per questo nemico è un'arma
decisamente sottodimensionata. Mi sento piccola, fifona ed impotente. L'odore di
gas diventa sempre più penetrante, acqua cola da dappertutto. Intanto polvere,
polvere ovunque.
Scendono anche i miei, scende la vicina di pianerottolo
con la badante... Scende Vincenzo dall'ultimo piano. Scendono tutti, uno dopo
l'altro emergono dall'androne. Mio fratello è l'unico con la valigia. Alle 4
doveva svegliarsi e partire, caricherà sull'autobus vestiti e calcinacci ed
andrà via con l'angoscia di averci lasciati qui. Meglio che vada lontano,
lontanissimo.
I palazzi più vecchi sono crollati sulle macchine
parcheggiate, ne vedo due spiaccicate da lastroni e travi. Di lì non si passa.
Ricominciano le scosse. Quando parlano di assestamento chi non lo ha vissuto
pensa alla luce dopo un tunnel: non è stato così. Prima un ringhio, un rombo, un
suono basso che il tuo stomaco percepisce prima di sentirlo. Poi tutto trema. A
lungo, a volerti spezzare. Poi di nuovo quel rumore di mattoni che cozzano tra
di loro, che stridono, che si sbriciolano. I tramezzi che cedono, le macerie che
cadono per terra. Da S.Domenico si alza una colonna di fumo, o di polvere, non
si capisce bene. Il ponte regge ancora. Dei ragazzi scappano via, scavalcano un
muro, lo saltano lasciandosi cadere sui cassonetti. Paura palpabile, paura di
buio e polvere.
Anche l'asfalto ha delle crepe, i giardinetti si
riempiono di gente senza scarpe, con le coperte in testa. Via XX settembre si
riempie di macchine. Le vediamo dall'alto, puntini di luce immobili che non
possono andare da nessuna parte. Sardine in scatola. Ancora non potevamo
sapere...
Mancano delle persone all'appello: da brava idiota galvanizzata
dall'aver portato fuori la pelle vado in missione a S.Maria di Roio. Calcinacci,
pietre, la strada ne è disseminata. Un ragazzo con le stampelle, due ragazze che
camminano pianissimo. Le sgrido, urlo loro di correre. M rispondono che sono
senza scarpe e mi vergogno. Continuo a correre. La chiesa non è esattamente come
la ricordavo, ad usare eufemismi. E soprattutto pietre, pietre dappertutto,
cadute dalle brecce che si sono aperte ovunque. Salto quello che posso saltare,
per il resto schivo e spero che la terra non decida di tremare ancora. Trovo chi
mi serviva e di nuovo, di corsa, verso il piazzale. E' andata bene. Ma se ancora
adesso ho le palpitazioni c'è il suo bel perché...
E poi altre scosse,
scosse in continuazione. Tremano gli alberi, tremano le persone, trema anche
l'aria. Ed ancora non sappiamo nulla di amici, parenti... Piano piano arrivano i
primi messaggi: ti ho cercato, riesco a parlare con Teramo: li ha tirati giù dal
letto anche li, hanno capito tutti subito che dall'altro lato del Gran Sasso le
cose si erano messe decisamente male. Lo sanno i genitori che aspettano un segno
di vita dai figli, lo sanno gli studenti che per una casualità non sono tornati
come al solito di domenica. Le due facce della stessa medaglia: la disperazione
e la salvezza. La morte e la vita. Casa è ancora su, ma vibra come un animale
ferito. Il suo lavoro l'ha fatto: siamo tutti salvi, e fuori.. Non tutti possono
dire la stessa cosa, ma allora non potevamo ancora saperlo.
Le scosse
continuano, la terra ruggisce, mugugna, bofonchia, si agita e trema, trema ogni
minuto. Si cominciano a vedere le prime luci blu, suonano le ambulanze. Ancora
adesso per me silenzio significa sentire solo le ambulanze, e gli elicotteri dei
soccorsi. Se senti quelli, la terra è ferma, se senti le sirene non hai altro di
cui preoccuparti. Se le senti sei vivo, nonostante tutto.
Passa un tempo
che sembra infinito, passano ore. Scatta il piano di evacuazione familiare:
rotta per l'apiario. La mia macchina ha il parabrezza rotto, la debbo
abbandonare. La macchina di papà era pronta per fare dei lavori il giorno dopo,
e dietro non ha i sedili. Mi accampo come posso, si parte. Si prova la sortita
per via XX settembre. Lì cominciamo a capire. Casa dello studente non c'è più.
Semplicemente non c'è. I mezzi di soccorso chiudono tutte le strade utili: anche
il tratto di strada che passa sul ponte di s.appollonia (protettrice dei
dentisti, ma a quanto pare non dei comuni mortali dotati di zanne) è chiuso,
pieno di macerie, pieno di mezzi, dei vigili del fuoco, credo. Si torna
indietro, si passa dal ponte di Belvedere. In accelerazione, col fiato
trattenuto, ci dice bene. Mi dicono che il ponte è ancora lì, ma ora non ho i
mezzi per controllare. Gigante di cemento, non cedere... E poi lo vediamo,
l'hotel caduto come un castello di carte, con tutti i suoi tramezzi
ordinatamente ripiegati, l'uno sull'altro. Senso di totale irrealtà. Sembra un
film di fantascienza. Dovunque ci giriamo crolli, macerie, polvere...Come una
zona di guerra.
Ce ne andiamo via così, attraversando la città che
vivevamo da 30 anni senza riconoscerla. La chiesa di S.Elia ha perso una parte
della facciata, registro l'evento. Comincio a razionalizzare che niente sarà più
come prima. Arriviamo all'apiario che sono ormai le 5 passate, è ancora buio.
Cerchiamo qualcosa per accamparci: sdraio, vecchie coperte. Per fortuna mio
padre colleziona stufette, almeno non moriremo di freddo. Poi arriva l'alba,
fredda, incerta, ma pur sempre alba. Nonostante tutto tocca continuare a vivere,
a quanto pare. Se ci fossero bar ancora in piedi avremmo potuto andare tutti li
a bullarci con gli amici di essere scampati ad un 9 grado scala mercalli... Non
è certo cosa da poco, direi. Ma gli amici sono sparsi ovunque, e di bar neanche
a parlarne. (In realtà pare che il boss sia ancora in piedi. Cara vecchia
cantina sopravvissuta a ben 2 terremoti che tutto hanno cancellato... Fossero
stati li come al solito con il bicchiere in mano gli studenti, piuttosto che in
quella moderna trappola di quasi acciaio e cemento sabbiato...)
Noi ci
tireremo su, con le buone o con le cattive. Siamo abituati ad avere a che fare
con una terra aspra, con un clima impossibile, con noi stessi: non basta un
terremoto per piegarci. La parola che meglio definisce l'aquilano è “quadrato”.
La mia gente è quadrata. Come i mattoni ha bisogno di scosse molto forti per
decidere di muoversi, ma quando lo fa, lo fa sul serio. L'aquilano è quadrato
perché è testardo, pieno di spigoli. Ma solido. Nessuno di noi ha pianto in
televisione. Nessuno ha chiesto pietà, nessuno vuole l'elemosina. L'aquilano
adesso si chiede che fare, si domanda che ci fa tutta questa gente con le
telecamere... e cerca risposte concrete. L'aquilano è peggio di S.Tommaso: le
cose non le vuole solo vedere, ma toccare, annusare, soppesare, toccare...
Siamo gente di montagna. Non siamo abituati alle chiacchiere. Ne abbiamo
fatte e ne faremo ancora tante, ma non ci piacciono più di tanto. Le chiacchiere
per noi sono un'attività serale, roba per far scendere meglio un bicchiere di
rosso prima di andarsene a dormire. E se non smetteranno a breve, se non
lasceranno il passo ai fatti, faremo un macello che il terremoto al confronto
sembrerà una brezza di primavera. Siamo vivi... Solo che adesso ce ne siamo
accorti.
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