| Chez moi |
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Sono in Tchad da circa 20 giorni. Sono nel terzo paese più povero del mondo. Mi dicono che prima non era così. Mi dicono che prima del 2000, nonostante l’amministrazione centrale sia stata confermata alle ultime elezioni, la situazione economico-sociale non era così pessima. Forse perchè il vicino Sudan nel 2000, pur essendo instabile, non era ancora la polveriera che è oggi, forse perchè in Tchad nel 2000 non c’erano circa 200 mila rifugiati sudanesi a vivere con il già poco “nulla quotidiano”, o, forse, semplicemente, perchè allora l’amministrazione centrale aveva più forza politica e maggior controllo territoriale.Sono da circa un mese in Tchad ed ancora molte cose mi sfuggono. Le lingue ufficiali sono il francese, retaggio della dominazione coloniale, e l’arabo, retaggio e continuo monito di una dominazione socio-culturale che sempre di più cristallizza l’agire. Le etnie e i gruppi sociali si dividono e si sminuzzano influenzando anche l’azione politica. Le ingerenze non solo militari contribuiscono a intensificare la complessità di un territorio già naturalmente disomogeneo. Credo, alla fine di questo elenco, che sia l’intero Tchad a fuggire alla mia comprensione... All’inizio della mia carriera di giramondo, per altro appena al debutto, ero convinta che l’unico modo per poter raccontare gli eventi era quello di viverli di persona, senza capire le infinite sfumature contenute in questo pensiero. Sono stata felicissima della proposta di un filo telematico Italia-Tchad. Pensavo di raccontarvi quelle notizie che non si incontrano tanto facilmente, di condividere con voi i sentimenti derivanti da questi avvenimenti e, infine, di farvi partecipi della vita quotidiana di un campo di rifugiati. Mi sono ben presto accorta che tutto questo non succederà. Il posto in cui vivo si chiama Kou Kou Angarana, prefettura di Goz Beida, nella regione del Ouaddai. La città principale della mia provincia è Abéché e, dagli addetti ai lavori, è considerata il vero cuore dell’Africa, essendo la città che più di ogni altra, nell’intero continente, è distante dal mare!!! La mia casa è in un villaggio sperso nel sahel centrale tchadiano, di quelli che ti mostra Geo&Geo, a 60 km dall’irrequieto Sudan. Il campo profughi in cui lavoro accoglie 18.213 rifugiati sudanesi arrivati qui nel 2003. Poco distante dallo stesso villaggio c’è un campo di sfollati interni che adesso conta circa mille anime arrivate in più riprese a partire da quest’ultimo aprile. Ho chiarito un pò le mie idee sul Tchad l’altra sera durante la cena. Mio ospite era un espatriato molto bene informato sulla situazione politica di Tchad e Sudan e, purtroppo per la mia famelica curiosità, stretto da un vincolo di riservatezza molto forte... Abbiamo parlato a lungo e ci siamo lasciati con un interrogativo. Ma procediamo con ordine. Le etnie principali di questa regione sono gli Ouaddai (che in Sudan si chiamano Bergo) i Dadjo ed i Massalit. Tutte di religione mussulmana, le etnie sostengono parti politiche diverse: gli Ouaddai, in Sudan, (così come i Mimis) sostengono gli arabi; i Dadjo ed i Massalit sostengono gli arabi, un’altra forza ribelle o lo stato centrale a seconda del gruppo cui appartengono o dello stato in cui si trovano; i Fur (popolazione del Sunad, Dar Fur vuol dire appunto terra dei Fur), presenti in maggioranza qui al campo di Goz Amir, ne sono aperti avversari. Mi rendo conto della grande generalizzazione e dell’imprecisione. Ma provate voi, in un paese instabile a causa delle tensioni etniche, che si manifestano anche nei giochi dei bambini, provate, dicevo, a chiedere spiegazioni corrette e coerenti... In caso se ci riuscate, vi prego comunicatemele! Considerate poi un altro fattore, che io ho imparato presto in questa parte d’Africa, i nomi, altisonanti che da noi evocano stragi e terribili catastofi, sono spesso privi di significato: ndjanjawid (ancora non padroneggio l’arabo, spero di non aver scritto una fesseria fonetica!) vuol dire domatori di cavalli, e spesso è usata nel linguaggio corrente per dire che uno sta male o ha qualcosa di molto fastidioso che lo irrita; toro-boro, nome di un altro gruppo ribelle, in Massalit, vuol dire grossa iena... La situazione politica, militare e sociale manca di regolarità ed unità. La quotidianità è fatta di piccoli grandi, episodi. Non voglio con questo sminuire l’importanza nè la gravità delle notizie che mi circondano. Vorrei comunicarvi, al contrario, la relatività di tali episodi: in un posto che misura le distanze con i giorni di cammino, anche ciò che accade a 70 km diventa infinitamente distante. Si arricchisce di voci, di particolari e di “mito”. Non estranea a questo modus operandi è la mia esperienza. Vi racconto gli episodi che hanno costellato questi ultmini 10 giorni di settembre. Da qundo ci siamo imburbati (termine tecnico tutto africano per definire la macchina sprofondata in 50 cm di fango) con un gruppo di ribelli e li abbiamo aiutati a venirne, a quando la mattina dopo li abiamo rivisti svegliarsi in brousse e riapprontare il pick-up per la partenza. Ci hanno detto “sono ribelli, vanno verso la frontiera”. Verso la fontiera o nella direzione opposta, si muovono esercito regolare, ribelli sudanesi, ribelli tchadiani. Si muovono accanto a noi e, per il momento, ci ignorano, ci salutano divertiti nel vederci in difficoltà, come loro, nella brousse allagata. Ci giunge eco di scontri e di morti da nord (intorno ad Abéché pare che l’esercito abbia perso in uno scontro 200 camionette su 250) ad est, tra Koloi e Modeina, nell’asse Nord-sud in territorio sudanese, tra Abila e Forabaranga. Al campo (notizia ufficiosa) è morto un ribelle che era stato soccorso e ospitato dai membri del suo gruppo. Nei villaggi attorno alla frontiera sempre più numerosi si trovano gli uffici di reclutamento. E sempre più insistenti si fanno le voci di schieramenti certi. Si dice ad esempio che nel triangolo tra Ade, e l’unico tratto del confine con il sudan non segnato dal fiume ed ancora la cittadina di Madoun lo stato non ha più controllo del territorio. Si dice che nella provincia di Salamat non si sappia “nulla”. Si dice. Le notizie più aggiornate mi arrivano dall’Italia. Ogni giorno ricevo quasi in tempo reale notizie di scontri, di bombardamenti e di evacuazioni... Vedete, ve lo avevo scritto che da voi le notizie acquistano un’unicità che qui manca. Io, per quanto posso essere informata dei fatti, non ho la possibilità di controllare le notizie che distano da me più di 50 km e pure di queste devo diffidare: troppe voci e troppe persone potrebbero essersi intervallate ai fatti... Le notizie si diffondono la sera a cena, quando con lo staff più informato si tenta di capire chi è alleato con chi, quali sono gli scopi degli scontri e chi ci guadagna di più. Va da se che la potenza più forte è la Francia, che ha fortemente appoggiato la rielezione del presidente tchadiano Idris Deby. L’interrogativo con cui ci siamo lasciati sere fa con l’espatriato è stata proprio questa. Chi ci guadagna di più? Crediamo che la risposta più scontata nasconda un attore locale: lo stato. Un avvenimento voglio però trattarlo diversamente. Perchè è insieme notizia e vita vissuta. Esprime bene l’orrore della lontananza e della guerra, eppure non è la solita immagine dell’Africa dilaniata in primo luogo da se stessa. Il primo ottobre doveva essere per Goz Amir un giorno eclatante. Ed a suo modo lo è stato. É venuta una trouppe di un agrossa emittente in visita al campo.Il programma non è stato rispettato. I giornalisti dovevano vedere il campo, parlare con gli Ounda (le autorità tradizionali scelte nel gruppo di appartenenza per la seggezza, senza distinzioni di sesso), visitare il centro di santè ed avere un breefing iniziale con l’ong che si occupa della gestione del campo (tra parentesi quella per cui lavoro). Al contario, si sono accontentati della messa in scena di una ong che ha mostrato loro dei bambini tutti puliti con la camicia a quadretti che disegnavano tralicci della luce e fiorellini seduti all’ombra di un albero su una nat... Nulla in contario con chi cerca di fare il proprio lavoro...ma quanti commenti, qui non riportabili, per chi si accontata di trovare conferme a domande e risposte che già ha (o meglio, crede di avere). Sarebbe bastato, ai signori Televisione, girarsi e guardarli, i bambini. Dietro di loro, incuriosito dalle attrezzazture e dalle macchine sfavillanti, un circolo di piccoli occhi vispi, vestiti di tutto e di niente sorridenti, curiosi. Silenziosi.Poi, quasi improvvisamente, i signori Televisione hanno voluto spostarsi, conoscere altro. Hanno acconsentito a fare un giro del campo, in macchina, per la strada principale, per il mercato. L’apoteosi. Uomini, donne, bambini, anziani e giovanissimi. In fila, uno dietro l’altro, sotto il sole. Sciolti dal calore e dalla fatica di un ramadan appena iniziato. Non si sono persi d’animo ed hanno aspettato. Quando ci hanno visti arrivare, hanno iniziato sommessamente. Poi più forte, gridando. Cantando. Con il cuore e con tutta la sofferenza di una terra lasciata nel sangue. Hanno accerchiato le nostre macchine. Ci hanno costretto ad ascoltarli. Il messaggio (Down down Bashir down) è stato irrilevante. Il feticcio con le sembianze umane ed il nome dell’odiato presidente, ha contato meno della loro forza e del loro urlo al mondo... “Eccoci, siete veuti qui per noi. E noi vogliamo che voi ci vediate non come un popolo sconfitto dalla guerra. Ma come esseri umani con la forza e la voglia di andare avanti”. L’emozione che ho provato nel ascoltarli, ne camminare in mezzo a loro (ad un certo punto non ho resistito e sono scesa dalla macchina) non so descrivervela. Molto più di queste poche parole. Peccato non averlo registrato a mia volta. Peccato che di questo urlo solo pochi secondi si verdanno nella carnefice Televisione. di Anna Ciuffoletti |
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