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Fino a due secondi fa sapevo benissimo come raccontarvi quest’ultima settimana. Fino a due secondi fa le parole uscivano liberamente. Adesso, il bisogno di digerire quelle stesse parole e le conseguenti considerazioni, rendono oscuro persino il pensiero.

Ciò che sto per raccontarvi getterà nel panico i miei cari, a cui mi sono vista bene dal raccontarlo... Avevo promesso a me stessa che i successivi messaggi che vi avrei inviato avrebbero parlato degli uomini e delle donne, dei volti dei bambini, delle loro grida gioiose. Lo avevo promessso a me stessa, come se questo potesse allontanare il riscaldarsi della situazione. Chiaramente un ingenuo sogno ad occhi aperti.

La settimana aveva già avuto un inizio: mercoledi ci siamo svegliati con la notizia dello scontro tra Arabi e Toro-Boro in un villaggio a 35 km da Kou-Kou appena dopo all’interno della frontiera tchadiana. Settecento abitanti di Marfakéde, questo il nome del villaggio; sono fuggiti, il villaggio è poi stato bruciato. Non sapevamo se i fuggitivi fossero solo una parte degli abitanti o l’intera popolazione, nè dove stessero andando. Ci siamo risvegliati così, mercoledi mattina, con 700 anime disperate ed in fuga. Prostrate dalla fatica, dal sole che inizia a scaldarsi molto presto la mattina ed il mese del diguino giunto alla metà del suo corso.

Il secondo episodio sabato: il villaggio di Morena a sud-est della nostra casa, nell’asse tra Goz Beida (Tchad) e Daguessa (Sudan), una delle starde principali. Il villaggio, dicevo, è stato attaccato e bruciato dagli arabi. Lo spostamento del fronte è evidente: il governo sta armando gli arabi perchè entrino in lotta con gli altri gruppi ribelli, in modo da eliminare gli avverssari senza entrare apertamente in lotta con loro.

Questa nuova avanzata ha come meta, non il campo di Goz Amir ma proprio il villaggetto che mi ospita. Due sono le ragioni che più volte sono state portate alla luce dallo staff: l’uccisione nello scorso maggio di un soldato arabo proprio nel mio villaggetto e l’altra più recente, che vede al centro delle rivendicazioni sempre la morte di arabi. Nel secondo caso la storia è un po' più complicata: gli arabi venivano ingiustamente tassati dai Toro-Boro qualora esponevano le loro merci al mercato e, ribellatisi, sono stati uccisi in sei.

In ogni caso KouKou è sempre al centro delle rivendicazioni ufficiali. Lo staff comunque non crede che le milizie arabe una volta arrivate qui si fermino senza proseguire verso l’interno.

Abbiamo lasciato il campo, sabato, molto velocemente. La gente rientrava dal mercato inspiegabilmente prima della solita ora a causa, si dice, di un gruppo di arabi che ha terrorizzato le donne. Rientriamo consci che la stagione delle piogge sta finendo e che questo significa un’intensificarsi della violenza e degli scontri. Consci di questo, eppure speranzosi che non avvenga.

In serata, poi, gli strani movimenti della gente di Kou-Kou ci incuriosiscono e la visita di Djambo ci mette in allarme. 40-50 persone del villaggio si stanno dividendo in due gruppi, l’uno per monitorare il circondario del villaggio l’altro per spingersi proprio nel cuore degli scontri e verificare quello che la gente dice. Quattro villaggi attaccati e solo due tra l’ultimo di questi e il nostro. Djambo è un uomo forte, duro, deciso. Nel suo volto ho sempre letto tutto ciò ed improvvisamente tutte le mie sicurezze crollano. Nei suoi occhi la decisione, titrata a sorte, nel suo volto i tratti di bambino.

Non si possono toccare gli uomini mussulmani, nessun contatto in pubblico specialmete con una donna bianca...eppure la mia mano che, per ben due, volte tenta di stringergli la spalla, gli arriva dritta al cuore. Il suo sguardo trema, la sua volontà lo abbaglia. Partirà con gli altri. Mi chiedo: fin dove la sorte pescata in un foglietto lo farà andare? Lo rivedrò? E rivredrò nei suoi occhi la testardaggine che sempre lo accompagna?

Stiamo preparando la cena. Le notizie si susseguono, i commenti fatti a bassa voce anche, eppure seduta sulla nat, nel piccolo giardino, posso avere una finestra sulla vita: coppie che si amano, amici che si cercano. Ceniamo, ascoltiamo musica e ridiamo. Il mondo si capovolge intorno a noi, e noi esorcizziamo il domani e la paura della notte e dell’ignoto come possiamo. Andiamo a letto tardi. Domani sarà domenica, unico giorno di quasi riposo: ci è concesso svegliarsi più tardi.

E arriva anche domenica. Ed anche domenica siamo impreparati. Alle 5.30 la radio chiama il nostro codice più volte. Stanno arrivando in massa, sono allo stremo ma arrivano carichi. Si ammassano all’ombra degli alberi che circondano l’ufficio. In piccoli gruppi, donne e bambini. Pochi gli anziani, pochi i giovani, gli uomini assenti completamente. Alle 15, fine del primo turno di monitoraggio, arriviamo a contare 875 persone sfollate in seguito all’attacco del villaggio di Morena e dei sei villaggi che lo circondano. Scappano dagli arabi, dagli spari di kalashnikov, dal fuoco che brucia i loro villaggi. Scappano con il poco che hanno, abbandonano la terra ed il raccolto, loro sostegno sicuro e si mettono in marcia verso l’ignoto che forse salverà loro la vita.

Oggi è lunedì: sono arrivati per tutta la notte e continuano ad arrivare. Dobbiamo cercargli un posto dove stare in sicurezza, dove avere acqua e cibo, dove istallarsi. La macchina burocratica è troppo lenta, la generosità dei rifugiati immensa e commovente: li stanno aiutando spontaneamente già dalle prime ore del loro arrivo. Cibo, acqua, trasportano i più deboli con dei carretti e donano loro tende e coperte. La collaborazione internazionale sta imparando. Purtoppo. Dovrebbe essere lei ad insegnare.

Siamo arrivati al campo alla solita ora e siamo stati costretti a tornare indietro: attorno al villaggio di Kou-Kou e sulla strada per Goz Beida (sede della sottoprefettura della nostra provincia) sono stati avvistati degli arabi armati. 200 o forse 300. Siamo rientrati sul campo di pomeriggio perché tutto è stato risolto. Il governo, che da ieri ha inviato nei villaggi colpiti delle forze armate, è riuscito a bloccare l’avanzata. Le milizie arabe, per loro contro hanno capito che attaccare un presidio internazionale non sarebbe stata un buona idea.

Per il momento nonostante il caldo apparente tutto è tranquillo. Non c’è neanche il coprifuoco.. comunque domani è un altro giorno.

Ciò che di tutto questo mi ha più colpito è il comportamento di una bambina incontrata domanica mattina sulla stada tra Kou-Kou e Goz Amir. Ci ha visto, ha tentato di scendere dall’asino, si è spaventata ed è caduta. È corsa via, nella brousse, strillando disperatamente. Sua sorrella maggiore, impietrita con il loro fratellino minore in braccio, davanti a lei su un altro asino, non è riuscita a fare nulla. Le abbiamo chiamate, in arabo abbiamo detto loro di non avere paura, la più piccola si è riavvicinata ma ha continuato a strillare. Siamo andati via mentre stava rimontando sull’asino per raggiungere, poche centinaia di metri avanti il resto delle donne e dei bambini fuggiti dal loro stesso villaggio.

Non so se l’abbia spaventata di più la macchina, il colore della nostra pelle o quello dello staff locale che ci accompagnava. Tutto ciò che so è che per la prima volta ho capito il vero significato della parola terrore. Lei, la sua voce, il suo comportamento sono ancora davanti ad i miei occhi: non riesco a chiuderli senza che la scena si ripeta. È stato straziante.

Ed io continuo a domandarmi: perchè l’uomo è così stupido che continua a cercare la guerra???

di Anna Ciuffoletti 

 
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