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Parte III Cap I - Standin' on the shoulders of giants PDF Stampa E-mail

Cap I

Postmoderno

Standin' on the shoulders of giants



Chi avrebbe potuto pensare appena cinque anni fa che un

sistema operativo di livello mondiale sarebbe emerso come

per magia dal lavoro part-time di diverse migliaia di hacker

e sviluppatori sparsi sull'intero pianeta, collegati tra loro

solo grazie ai tenui cavi di Internet?

E. Raymond, La cattedrale ed il bazaar

La rivoluzione informatica?

Si sente sempre più spesso dire che stiamo affrontando un ulteriore rivolgimento di punti di riferimento culturali, la cosiddetta rivoluzione informatica. Informatica è una parola nata dall'unione di altre due, informazione ed automatica, che ben chiarisce lo scopo con il quale questa neonata disciplina scientifica ha visto la luce non molti anni fa.1 Le caratteristiche di questa rivoluzione sembrerebbero incentrate sulle potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione e sulle relative modificazioni che essi apportano al nostro modo di percepire le cose. L'idea era quella di far sì che le procedure più noiose e ripetitive venissero automatizzate e svolte da apposite macchine in grado di reiterare determinate operazioni all'infinito con una velocità incomparabilmente più alta di quella umana. Il vantaggio diviene quindi duplice: oltre ad avere liberato il tempo prima impiegato in noiose e ripetitive procedure, si è guadagnato anche uno strumento ed una procedura in grado di andare ulteriormente a fondo nell'analisi, e di rendere possibile sforzi prima aldilà della nostra portata.

Poi, data la versatilità di queste apparecchiature e la loro crescente disponibilità e facilità di utilizzo, hanno invaso campi allora insospettabili della vita, generando la cosiddetta Information Technologies (o IT). Adesso l'informazione fa parte integrante del nostro modo di vivere, tanto che sono state coniate nuove parole per descriverla, come infotainment:2 mezzo e fine si stanno sempre più affiancando nella nostra concezione sia dell'informatica che della scienza in generale. Il valore teorico delle scoperte oramai passa sempre più spesso in secondo piano rispetto alle sue applicazioni pratiche e lucrative, e mentre tutte le discipline “pure” stanno languendo da anni, le loro sorelle invischiate con il mondo della tecnologia stanno prosperando incredibilmente: è questa l'epoca degli ingegneri, non più dei fisici teorici.

Vale però la pena di osservare che, come abbiamo avuto modo di osservare nei capitoli precedenti, una rivoluzione scientifica non può venir determinata esclusivamente dal mezzo tecnico, c'è bisogno anche della capacità di creare sia delle metodologie differenti sia delle comunità ben distinguibili che veicolano dei valori e dei contenuti diversi dal passato in maniera nuova, tale da porre in crisi i “punti fermi” e fornendo metodi alternativi per superare i problemi.

In questo caso gli elementi che contraddistinguono questa specifica rivoluzione dalle altre sono derivate dall'interconnessione strettissima tra ogni evento, dato o persona che faccia parte della comunità: la velocità (ed in un certo senso la precisione) delle comunicazioni e l'estensione “globale” ed omologante della rete dei collegamenti.


Sicuramente si può affermare che l'informatica in generale ha fatto propri diversi elementi della condivisione del sapere, tanto da rappresentare, nel campo della condivisione di progetti, informazioni ed obbiettivi, il principale campo di test e di sviluppo di queste teorie.

Questo è avvenuto quasi per caso, per “colpa” di relativamente pochi appassionati, che con il loro lavoro hanno creato dal basso il più vasto progetto condiviso finora funzionante: il sistema operativo Linux. In realtà Linux non è che la punta dell'iceberg di un vasto movimento ideologico che ha le sue basi nel rifiuto della proprietà intellettuale (o copyright) come è oggi intesa, nel tentativo di dare basi meno chiuse e protezionistiche alla nostra conoscenza, senza mercificarla attribuendole, oltre che un valore, anche un prezzo.

Linux rappresenta uno dei migliori esempi alla condivisione di mezzi e risorse sia culturali che umane, ma non è l’unico; per esempio, il mondo della ricerca scientifica e l’ambiente universitario hanno regole molto simili per quanto riguarda l’attribuzione dei meriti e dei progetti. La vera differenza sta nel fatto che ha raggiunto una visibilità ed un impatto sulla società prima impensabile. E’ diventato un fenomeno di costume per alcuni, un modo di vivere per altri, e per altri ancora qualcosa da combattere: mai prima un “semplice” sistema operativo aveva generato tante e tali passioni, e tanti interessi, non solo economici. Anzi, il punto più strano della faccenda è che gli interessi economici sono almeno formalmente subordinati ad un’etica che ha concepito un sistema di valori totalmente slegato dal fattore economico, basando la sua forza sulle relazioni tra i singoli partecipanti ed il riconoscimento dei meriti all’interno di una comunità molto ben riconoscibile, la cosiddetta comunità degli hacker.3


Prima di affrontare compiutamente il discorso è quindi il caso di introdurre alcuni concetti fondamentali per la comprensione dello stesso, per esempio cos’è un sistema operativo, o come avviene la condivisione in ambito informatico, o cosa significa esattamente l'espressione “free software”. Inoltre, si approfondirà il concetto di copyright e di licenza software, per dare il senso di cosa si sta muovendo sul piano legale “ufficiale”


Breve introduzione informatica


Un computer è una macchina estremamente complessa; è in grado, differentemente da ogni altro elettrodomestico, di svolgere un ventaglio di compiti molto ampio, e sebbene non sia estremamente semplice da utilizzare offre delle potenzialità quasi infinite ad enormi fasce di utenti. Grazie ad esso oramai è possibile montare film, gestire informazioni, documenti e svolgere un gran numero di compiti che prima andavano eseguiti ognuno con uno strumento distinto. Logicamente, questa polivalenza si ripercuote sulla facilità d’uso dell’apparecchio stesso, che viene percepito come incredibilmente complicato da far funzionare correttamente. In realtà, grazie al costante sviluppo dei software detti “sistemi operativi” questa complessità viene comunque evitata al semplice utente, che si ritrova così a gestire la macchina in maniera quanto più possibile semplice ed intuitiva, delegando il lavoro più pesante ai professionisti del settore.

Un sistema operativo svolge la stessa funzione di un quadro elettrico o di un pannello di controllo: fa sì che tutti gli elementi di un sistema funzionino insieme. Riferito all’informatica, questo significa che ci dovrà essere un programma che faccia da cuscinetto tra noi ed il computer, preoccupandosi di renderci accessibili tutte le risorse, ed evitandoci di dover dialogare con la macchina nel suo linguaggio nativo, il codice binario. Inoltre, ci fornisce un modo semplice di utilizzo, con utilità come l’interfaccia grafica, che sarebbe quel comodo sistema di icone che ci indirizzano visivamente verso il nostro scopo, oppure l’utilizzo del mouse, che a dispetto della sua semplicità per funzionare ha bisogno di svariate migliaia di istruzioni.


Come ogni programma, anche un sistema operativo è composto da righe di codice, ovvero istruzioni che indicano al calcolatore come comportarsi in determinate situazioni, e come interagire con noi che tentiamo di pilotarlo secondo i nostri interessi. Queste istruzioni sono diverse a seconda del tipo di sistema operativo che si intende utilizzare, e sempre a seconda del tipo possono fornire possibilità del tutto diverse: si va quindi dal personal computer di casa ai grandi server che gestiscono le telecomunicazioni. Oltre che un problema di ordine di grandezza, si riscontra una differenziazione quasi qualitativa tra questi due apparecchi, sebbene condividano l’appartenenza alla stessa “specie” di macchinari.

Proprio nel campo dei sistemi operativi si sta assistendo a degli scontri, sia commerciali che economici, tra due modi diversi di intendere il sistema operativo stesso: da un lato sistemi realizzati secondo una logica produttiva di tipo standard, dall’altro sistemi creati secondo un progetto di condivisione.

La scelta del metodo di creazione va ad influire anche sul “prodotto finale”, in quanto un sistema rigidamente gerarchizzato, rigido e non modulare non potrà essere figlio di un progetto collaborativo come lo intendiamo in questa esposizione, ma sarà frutto del lavoro di un team che lavora seguendo uno schema studiato precedentemente. Invece, in un lavoro condiviso non è pensabile avere un progetto, se non di massima, su quello che si vuole ottenere. Vengono quindi indicate le funzioni e le caratteristiche di base che il programma dovrà avere, lasciando poi liberi gli sviluppatori di agire come meglio credono: sarà poi il giudizio del pubblico che deciderà tra tanti contributi, quali inserire realmente nella versione definitiva.


Copyright


Uno dei campi di discussione lasciati attualmente aperti è quello che riguarda il diritto d'autore, o copyright. Nel concreto la discussione verte intorno a cosa possa e debba essere tutelato ed ascritto come bene di un'unica persona, e cosa invece sia di pubblico dominio, utilizzabile da tutti senza bisogno di corrispondere alcunché. E' necessaria quindi una piccola introduzione storica per comprendere il fenomeno.

La prima legge sul copyright fu una legge di censura:4 essa non aveva niente a che fare con la protezione dei diritti degli autori, o con il loro incoraggiamento a produrre nuove opere. Nell’Inghilterra del sedicesimo secolo i diritti degli autori non sembravano correre alcun rischio tanto che l'introduzione della macchina per stampare sembrò stimolare gli scrittori, al punto che il governo inglese cominciò a preoccuparsi per le troppe opere prodotte. La nuova tecnologia infatti stava rendendo ampiamente disponibili letture sediziose, ed il governo cercava un modo rapido per controllare il fiume di materiale stampato.
Il metodo scelto fu l'istituzione di una corporazione privata di censori, la London Company of Stationers,5 ai quali fu concesso il diritto su tutta la stampa in Inghilterra, sia per le vecchie opere che per le nuove, come premio per il lavoro di controllo su ciò che veniva pubblicato. Ebbero non solo il diritto esclusivo di stampare, ma anche il diritto di cercare e confiscare le stampe ed i libri non autorizzati e addirittura di distruzione dei libri stampati illegalmente. Nessun libro poteva quindi essere stampato fino a che non era entrato nel Registro della corporazione e nessun’opera poteva essere aggiunta al registro finché non aveva passato il censore della Corona, o era stato autocensurato dagli Stationers. Il sistema era stato apertamente progettato proprio per servire i venditori di libri ed il governo, non gli autori. I nuovi libri venivano immessi nel registro della corporazione sotto il nome di un membro della corporazione, non sotto il nome dell’autore. Per convenzione, il membro che aveva registrato il libro manteneva il “copyright”, il diritto esclusivo di pubblicare quel libro sugli altri membri della corporazione, e la Court of Assistants della Corporazione risolveva le dispute su eventuali infrazioni.


Il diritto degli Stationers era un nuovo diritto, non fu semplicemente una nuova manifestazione di qualche forma di copyright preesistente, per quanto fosse comunque basato su una lunga tradizione di concessioni di monopoli alle corporazioni per utilizzarle come mezzo di controllo. Prima di questo momento il copyright, inteso come generico diritto, tenuto privatamente, di proibire agli altri la copia, non esisteva. La gente stampava normalmente, quando aveva la possibilità, le opere che ammirava, un’attività che è responsabile della sopravvivenza di molte di quelle opere fino al giorno d’oggi. In alcuni casi c’erano stati anche privilegi particolari (allora chiamati “patenti”) che consentivano la stampa esclusiva di certi tipi di libri. Ma fino alla Company of Stationers non c’era stata un’ingiunzione globale contro la stampa in generale, né una concezione del copyright come una proprietà legale che potesse essere posseduta da una parte privata.


Fino al '7006 comunque i diritti degli autori non erano ancora protetti, tanto che quando un manoscritto veniva acquistato da un libraio con lo scopo di pubblicarlo, l'autore non aveva più nulla a che fare con la pubblicazione dell'opera. Anzi, non esistendo il principio della proprietà letteraria ogni libraio aveva il diritto di pubblicare tutti i manoscritti di cui riusciva a procurarsi una copia, anche senza consultare l'autore. Non era possibile, seguendo le vie legali, tutelare un prodotto della mente, come può essere un libro o un’opera musicale, dalla speculazione altrui: era possibile copiare e distribuire un prodotto senza corrispondere nulla all’autore. A prevenire gli abusi, più che la legge provvedeva l’alto costo dei mezzi necessari per effettuare riproduzioni ed il mercato generalmente ristretto di questo tipo di opere. Adesso, che viviamo nella cosiddetta “era della riproducibilità”7 questi limiti sono venuti a cadere, grazie alla disponibilità di mezzi tecnologici di una rapidità prima impensabile, che consentono di spostare qualunque tipo di dato, sia esso un libro, o un quadro, o una canzone, su più supporti e con metodi molto più economici rispetto al passato, e che rendono possibile la riproduzione pressoché infinita del materiale copiato.


In termini prettamente legali oggi per copyright si intende una forma di protezione giuridica delle opere creative, come opere letterarie, musicali, fotografie o disegni. Ciò che si protegge non è dunque un'idea, ma la sua espressione creativa: l'autore acquista sulla propria opera il diritto esclusivo di riproduzione, di esecuzione, di diffusione, di noleggio, di prestito, di elaborazione e di trasformazione.

Un'altra forma di tutela è rappresentata dal brevetto, nato per tutelare le invenzioni e per stimolare lo sviluppo delle scienze. Si tratta di un atto giuridico mediante il quale si ottiene il diritto esclusivo di produrre e commercializzare un prodotto per un periodo di tempo limitato. Ciò che è possibile brevettare sono le invenzioni, intendendo con ciò i prodotti ed i procedimenti produttivi; non sono invece brevettabili le scoperte, le teorie scientifiche ed i metodi matematici.

Quest'ultima forma di tutela, comunque giusta e necessaria, ha assunto però forme molto rigide di applicazione nel campo informatico: rendendo brevettabile un software, molto più simile ad un'idea che ad un'invenzione, si va ben oltre la protezione di una proprietà legittima, e si rischia invece di strozzare sul nascere la creazione di nuovi prodotti e contenuti.


La difficoltà specifica dell’informatica rispetto al concetto di diritto d’autore, e nello specifico di brevettabilità, nasce dal fatto che non si sta più operando su un medium liberamente accessibile a tutti, come può essere stata la lingua italiana per Ugo Foscolo, bensì sostanzialmente si stanno fornendo delle istruzioni ad un’apparecchiatura per farle svolgere un determinato compito. Per quanto questo implichi, in determinati contesti, delle dosi di creatività e di inventiva non inferiori a quelle necessarie per la creazione di un’opera letteraria, l’ambito di applicazione rimane totalmente distinto. Eliminando per legge i versi di Foscolo dalla lingua italiana a nostra disposizione per conversare, faremmo un grave danno alla bellezza ed all’eloquenza, mentre eliminando istruzioni, o righe di codice, dal bagaglio di chi programma software, avremo eliminato la possibilità di far eseguire l’operazione alla quale quella stringa si riferiva, con tutte le conseguenze del caso.

Inoltre, mentre nessuno può rivendicare come sua proprietà soggetta a pagamento di royalties una lingua nazionale, ciò generalmente non avviene per i linguaggi di programmazione, frutto del lavoro di specialisti che tendono a chiedere un pagamento per l’utilizzo dei loro programmi.


In pratica l’oggetto del contendere è il diritto di brevettare idee astratte precludendone poi l'utilizzo ad altri programmatori.

Nel passato, come abbiamo avuto modo di illustrare nelle pagine precedenti, era assolutamente normale citare e prendere brani ora da questo ora da quel testo, e stava al buon gusto dell’autore evitare di compiere plagi e di mantenersi nell’ambito di una citazione. La cultura era organizzata in maniera differente e gli scopi per i quali veniva portata avanti pure. Inoltre, la stessa figura del dotto aveva un’estrazione sociale ben definita, che lo portava più verso un disinteressato dono del suo lavoro intellettuale, piuttosto che sopportare l’”onta” di un pagamento. Questi fattori sono però cambiati con il tempo: adesso la cultura non è più patrimonio esclusivo di coloro che per censo possono permettersela, ed inoltre grazie all’abbondanza ed alla relativa economicità dei mezzi di riproduzione può venir diffusa come mai nella storia dell’umanità; nonostante tutti questi incentivi, ancora non si nota un netto balzo in avanti, mentre invece si cominciano ad intravedere mutamenti nel modo di intendere le cose e piccole crepe nel sistema.


Questi mutamenti hanno alla loro base principalmente un diverso modo di concepire determinati diritti ed il concetto stesso di proprietà, mutazioni che si vedono chiaramente nel campo informatico e dei cosiddetti nuovi media.

In campo informatico la proprietà è legata strettamente al concetto di licenza, ovvero il “permesso” da parte dell'autore di utilizzare il proprio lavoro, ed in sostanza regola i diritti ed i doveri connessi all'utilizzo del software da parte dell'utente finale.

Si dividono in due categorie molto ampie, che all'interno hanno ulteriori, numerosissime differenziazioni: licenze proprietarie e licenze open source.

La differenza principale tra questi due tipi risiede nella gestione del codice sorgente, ossia quella parte di codice generalmente non visibile che fa funzionare il programma: mentre le licenze proprietarie non concedono né di vedere né di modificare il codice sorgente del programma, le licenze open source invece danno questo diritto, anzi lo incentivano


(…)la licenza open source deve proteggere il diritto incondizionato di ciascuno a modificare il software open source (e a redistribuirne le versioni modificate). Quindi, la teoria implicita dell'OSD8 è che chiunque può modificare qualunque cosa. 9


L’accettazione di questo diritto impone però una radicale rivisitazione del concetto di proprietà, in quanto non ci si troverà quasi mai di fronte all’opera di un singolo, bensì ad un prodotto realizzato a più mani da diverse persone, ognuna con i suoi meriti e con la sua parte di proprietà del progetto realizzato. Il fattore più spiazzante è che l’attribuzione dei meriti non ha quasi mai, rispetto alla mole di materiale prodotto, generato controversie gravi, nonostante per dirimere le questioni non esistano mezzi coercitivi, ma solo consuetudini e tabù derivati dall’etica stessa della comunità.

..l'evoluzione di tali consuetudini nel corso del tempo, spostatesi sempre verso un'unica direzione. Ovvero quella di stimolare maggior responsabilità pubblica, maggior attenzione collettiva e maggior cura nel preservare i nomi dei partecipanti e le cronologie delle modifiche in ogni progetto, così da stabilire, tra l'altro, la legittimità dei proprietari correnti.10


Per meglio comprendere questo concetto giova introdurre un'analogia storica con un modo canonico di definire la proprietà: la cosiddetta teoria della proprietà terriera di Locke,11 in quanto questo metodo di attribuzione della proprietà risulta identico alla teoria del diritto consuetudinario sulla proprietà terriera d'origine angloamericano.

Secondo tale teoria, sono tre le modalità per acquisire la proprietà della terra. In una zona di frontiera, dove esiste terra mai appartenuta a nessuno, è possibile acquisirne la proprietà tramite l'insediamento, ovvero lavorandola, cintandone i confini, difendendone l'atto di proprietà. In ambito informatico, questo corrisponde precisamente con l'inizio di un nuovo codice da parte di un programmatore che così facendo “colonizza” una zona fino a quel momento non rivendicata da nessuno.

Qualora invece l'appezzamento fosse già occupato, c'è bisogno del trasferimento dell'atto di proprietà, cioè ricevendo quest'ultimo dal proprietario precedente. In tale teoria è importante il concetto di “catena degli atti”.12 La norma in questione si sovrappone perfettamente al diritto di ognuno di cedere il proprio progetto ad altri qualora non si sentisse più all'altezza di svilupparlo in maniera ottimale.

Infine, la teoria del diritto consuetudinario riconosce che l'atto in questione possa esser stato perso o abbandonato (nel caso, ad esempio, il proprietario sia deceduto senza eredi, o quando non sia più possibile consultare gli archivi in grado di confermare la catena degli atti fino all'origine). Un appezzamento di terreno rimasto vacante può essere reclamato da qualcun altro che lo occupa, lo migliora, ne difende l'atto di proprietà come se vi si insediasse per la prima volta.


Nel mondo delle licenze proprietarie, invece la definizione di proprietà è la stessa applicabile ad un qualunque oggetto in distribuzione: il produttore ha il diritto esclusivo di riprodurre e vendere il suo prodotto, mentre l'utente acquista esclusivamente il diritto di utilizzarlo su una sua macchina. Non sono consentite “esplorazioni” e men che meno modifiche sul programma stesso, anzi, sono addirittura perseguibili per legge.13

E, piuttosto che affidarsi alle consuetudini, per le controversie si preferisce rivolgersi alla giustizia ordinaria, generando molto spesso cause che balzano all'attenzione della cronaca mondiale, come è stato per esempio per le varie sentenze sul caso Microsoft.


Le differenze sul modo di intendere le licenze software riflettono differenze più ampie sulla concezione del software, dei diritti dell'utente e dell'informatica in generale. Da un lato ci sono le grandi compagnie proprietarie, dall'altro lato altre compagnie più piccole che cercano di impiantare un modello diverso basato più sulla condivisione che sul mero dato economico. Entrambi i modi di affrontare il problema hanno una propria storia ed una propria dignità, ma delineano un presente, e soprattutto un futuro, diametralmente opposto. Si sta quindi decidendo adesso quale sarà l'orientamento dell'informatica, e quindi della gestione delle informazioni, autentico valore aggiunto della nostra era; inutile dire che una decisione in questo campo potrà portare a scenari completamente diversi da come possiamo prevedere oggi, ed in che modo i nostri diritti e doveri di utenti o di creatori di contenuto verranno applicati e difesi. Inoltre, essendo l'informatica candidata a divenire in futuro onnipresente, gli scenari che si aprono pensando ad un eventuale controllo di questa scienza da parte di un potere centrale risultano abbastanza allarmanti.


La comunità hacker


Abbiamo finora analizzato il versante tecnico, ma come già accennato la vera forza di questo sistema sta nelle persone che lo portano avanti, i cosiddetti hackers, che rappresentano la vera ricchezza ed il motore di sviluppo di tutto il settore. Il dato più importante in effetti non è tanto il progetto che viene affrontato, ma le dinamiche mediante le quali un'intera comunità riesca ad autoorganizzarsi, senza avere norme scritte né mezzi coercitivi, per svolgere un determinato compito, scegliendo il metodo migliore per svolgerlo mediante una decisione collettiva e svilupparlo cooperando.


La storia degli hackers inizia nell’inverno tra il 1958 e il 1959, presso il Massachussetts Institute of Technology di Cambridge, il quartiere universitario di Boston, in un club studentesco di modellismo ferroviario.14 Solo i migliori potevano accedere a quello che affettuosamente i ragazzi del club chiamavano "il sistema", ossia l’intreccio di fili e relais che permettevano ad un immenso plastico di funzionare. Le matricole acquisivano il diritto di lavorare su di esso senza il controllo di un membro anziano solo dopo aver totalizzato almeno quaranta ore di lavoro assistito.


Per i membri del Signal and Power Subcommittee15 nessuno studio teorico, per quanto meticoloso, poteva sostituire la pratica: lavorare in prima persona ad un progetto, sbagliare, riprovare ed apprendere dai propri errori era l'unico modo per progredire nella conoscenza. Il motto del club era "hands on" (metterci su le mani), per evidenziare l'importanza di procedere empiricamente, oltre che teoricamente, nello studio di una disciplina.

Questo club aveva una sorta di linguaggio interno, con parole proprie: proprio da qui vide la luce la parola “hacker”. Qualsiasi buon collegamento di relais poteva essere definito un hack semplice, purché manifestasse innovazione, stile e virtuosismo tecnico, ma solo i migliori potevano fregiarsi del titolo di hacker.


Nel 1959 al MIT fu istituito il primo corso di informatica, rivolto allo studio dei linguaggi di programmazione, al quale alcuni membri del Signal and Power Subcommittee si iscrissero dopo essere rimasti affascinati dagli elaboratori consegnati all'Istituto a seguito della dismissione da parte dell'esercito americano per l'utilizzo per fini di ricerca e sperimentazione. Benché l’accesso a tali apparecchiature, del valore di diverse migliaia di dollari fosse consentito solo a professori e ricercatori, i membri del Signal and Powes Subcommittee, riuscirono, grazie alla loro spregiudicatezza e all'abilità dimostrata nell'uso dei linguaggi di programmazione, ad ottenere il permesso di utilizzarli liberamente durante le ore di lezione. Le eccezionali doti degli hacker del MIT ebbero presto il sopravvento sui piani di studio, dimostrando, peraltro, quanto versatile potesse essere, anche a quell'epoca, l'uso di un elaboratore. L'obiettivo principale dei ragazzi del MIT era quello di realizzare programmi migliori utilizzando il minor numero di istruzioni possibile, in considerazione della scarsità delle risorse di sistema e dell'altissimo costo delle espansioni.

Negli anni '50 non era stata ancora formalizzata alcuna tutela del diritto d'autore per il software. I listati dei programmi realizzati dagli hacker e dai loro professori venivano conservati in alcuni cassetti della sala degli elaboratori, allo scopo di consentire a chiunque di studiarli e migliorarli. In questo modo, ciascun programmatore, anziché sprecare tempo prezioso per scrivere nuovamente un listato, poteva concentrarsi sui bug16 e sui miglioramenti da apportare.

Ogni programma costituiva una sfida ad ottenere risultati migliori utilizzando il minor numero possibile di righe di codice. L’ottimizzazione e il pieno sfruttamento delle risorse disponibili erano un obiettivo al quale si doveva tendere sempre e per raggiungere il quale i ragazzi del MIT erano disposti anche a rinunciare a dormire per 30 ore di seguito, oppure a lavorare solo di notte per poter utilizzare al meglio e senza limiti di tempo gli elaboratori, che di giorno dovevano essere messi a disposizione anche degli altri studenti.


A questo punto una breve definizione di chi è un hacker può aiutarci nella comprensione del fenomeno:


Non si diventa hacker semplicemente autodefinendosi tali – bensì quando si viene così chiamati dagli altri hacker. Alla luce di questa considerazione, un “hacker” è qualcuno che ha dimostrato di possedere sia abilità tecnica sia comprensione del gioco della reputazione. Una posizione che deriva soprattutto da coscienza e crescita culturale, e che può essere riconosciuta soltanto da coloro che fanno già parte integrante di quella cultura. 17


L’hacker è quindi tale in quanto fa parte di una comunità che lo riconosce come suo membro e che gli passa determinati valori e consuetudini. Il punto nodale quindi non è tanto il valore della singola persona ma la comunità che si è venuta a creare, che ricorda sotto determinati aspetti le antiche corporazioni: per entrarci è necessario essere riconosciuti esperti nell’arte e bisogna condividere un determinato modo di fare, nel nostro caso l’etica hacker.


..nella comunità hacker, il lavoro che si fa è il proprio biglietto da visita. Esiste una meritocrazia piuttosto severa, e si respira un forte ethos sul fatto che la qualità dovrebbe (meglio, deve) parlare di per sé. Il miglior applauso è quando si vede del codice che “semplicemente funziona” e facilmente riconoscibile come qualcosa di ben fatto da ogni programmatore competente.18


Persone che hanno una forte comunanza di interessi, proprio in virtù di questi si trovano a condividere con altri appassionati una cultura particolare, con regole sue proprie.

Una delle regole più interessanti è il cosiddetto gioco della reputazione, attribuibile esclusivamente da altri appartenenti alla comunità in base a valutazioni sui meriti e sul lavoro svolto. In pratica si tratta di un sistema comunitario basato sulla valutazione dei pari grado.


La proprietà di quanto creato è vista in maniera totalmente differente dall’ottica improntata al brevetto ed ai segreti industriali alle quali siamo ormai abituati. Come abbiamo avuto modo di illustrare precedentemente con le analogie con la proprità terriera enunciata da Locke,

..le usanze degli hacker sulla proprietà appaiono intimamente connesse a certe pratiche tipiche del mondo accademico, in particolare nella comunità dei ricercatori scientifici. (…) In mancanza di preoccupazioni per il pane quotidiano, la meta trainante diviene il miglioramento della reputazione personale, che incoraggia la condivisione di idee e ricerche tramite le pubblicazioni e altri media. Ciò è perfettamente funzionale poiché la ricerca scientifica, al pari della cultura hacker, si basa ampiamente sul concetto che occorra “poggiarsi sulle spalle dei giganti”, non dovendo cioè riscoprire ogni volta i principi di base da cui muovere, ma utilizzando e incrementando quanto già fatto da altri.19


Il dato interessante da notare risulta essere il fatto che questo metodo di collaborazione non è nato esclusivamente in campo informatico, ma viene massicciamente utilizzato, da tempo immemore, nel campo della ricerca e soprattutto nelle Università.

In realtà qui ci troviamo di fronte a una possibilità più interessante. Nutro il sospetto che il mondo accademico e la cultura hacker condividano percorsi d'adattamento non perché geneticamente collegate, ma in quanto entrambe hanno dato vita a un'organizzazione sociale ottimale rispetto a quanto stavano cercando di fare, alle leggi naturali e all'istintivo relazionarsi proprio degli esseri umani. Il verdetto della storia sembra essere che il capitalismo del libero mercato rappresenti la maniera ottimale a livello globale per cooperare verso l'efficienza economica; forse, parimenti, la cultura del dono e il gioco della reputazione costituiscono il modo ottimale a livello globale per cooperare verso la produzione (e la verifica!) di lavoro creativo di alta qualità.20


Condivisione al lavoro


Uno degli elementi più difficilmente comprensibili del fenomeno della condivisione in ambito informatico risulta essere il perché i “migliori della classe” dovrebbero donare spontaneamente ad individui meno dotati i frutti del loro lavoro.21 In un universo dominato dall'efficienza e dalla produttività del singolo questo atteggiamento sembra un puro suicidio, tutt'al più una seria perdita di tempo, ma comunque non una caratteristica in grado di portare un qualche elemento di sviluppo, né al singolo che al sistema che dai singoli si viene a formare.


Per comprendere è necessaria una breve introduzione storica, che in particolare tenga conto delle grandi personalità che hanno dato visibilità al fenomeno, primo tra tutto Richard Matthew Stallman,22 fondatore della Free Software Foundation e primo relatore della licenza GPL, o copyleft, che a tutt'oggi regolamenta, tra alti e bassi, il rilascio del codice riutilizzabile da chiunque. E bisognerà continuare a cercare nel campo legale delle licenze, che con le sue modificazioni ha segnato la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra. Per quanto riguarda i dati legali, farò sempre esplicito riferimento a quanto illustrato nel paragrafo Copyright di questo stesso capitolo, dove sono state illustrate le caratteristiche principali del modo di intendere il diritto d'autore e la relativa proprietà che ne deriva, ampliandola ulteriormente con altri elementi.


Tutti questi fermenti portano, nel 1993, ad un evento rivoluzionario nel mondo dell'informatica, ovvero la nascita di un intero sistema operativo costruito sulla base di elementi preesistenti da parte di un nutrito gruppo di hacker riunitosi intorno ad uno studente universitario finlandese, Linus Benedict Torvalds,23 che senza una gerarchia interna precisa né una struttura ben predefinita riuscirono a creare quello che allora era ritenuto impossibile, la nascita di Linux.


L'architettura di questo sottocapitolo è strutturata in due sezioni, miranti ad illustrare prima la condivisione del codice, e successivamente la condivisione di un sistema operativo, conseguenza diretta della condivisione del codice dal quale è formato.

1 L'informatica si sviluppò infatti a partire dal 1945 grazie a John Von Neumann che per primo enunciò in un articolo il concetto di programma memorizzato, noto come 'macchina Von Neumann'.

2 Parola composta dai termini inglesi information ed entertainment, informazione ed intrattenimento. Indica il tentativo di informare divertendo. Ricalca la parola Entertainment, intrattenimento; tramite lo stesso gioco di parole è stata coniata anche la parola edutainment, educare divertendo.

3 Anche se in Italia alcuni preferiscono il termine “smanettoni”. La definizione è diventata ufficiale grazie al libro Spaghetti hacker (ed. Apogeo, 1997), di Andrea Monti e Stefano Chiccarelli.

4 Nella storia anglo americana del copyright l’evento che causò gli eventi formanti del diciassettesimo e diciottesimo secolo fu la Charter of the Stationers' Company (Carta della Corporazione dei Librai) concessa nel 1556 da Filippo e Maria. La Carta diede agli Stationers il potere di fare “ordinanze, condizioni e leggi” per la gestione della “arte o mistero della scrittura”, come pure il potere di cercare stamperie e libri illegali ed oggetti, insieme al potere di “requisire, prendere o bruciare i predetti libri e oggetti, e qualsiasi di essi stampato o da stampare in contrasto con la forma di ogni statuto, atto o proclamazione …” Il potere di bruciare i libri offensivi fu un beneficio per il sovrano (un’arma contro le pubblicazioni illegali) ed un vantaggio per gli stationers (un’arma contro la concorrenza). La possibilità di bruciare i libri mostra così la motivazione reale della Carta, assicurare la fedeltà al sovrano degli stationers come poliziotti della stampa.

5 Corporazione dei Librai di Londra

6 Il primo caso di autore al quale fu offerto un corrispettivo a seconda delle vendite fu John Milton con il Paradiso Perduto, venduto in Inghilterra il 26 Aprile 1667 per cinque sterline; sarebbero state corrisposte all'autore altre 5 sterline per ogni nuova edizione pubblicata dell'opera. Nel vecchio continente la strada fu più ardua, tanto che in Francia la questione dei diritti degli autori fu affrontata e risolta a favore di questi ultimi solo nel 1778 con un Regio Decreto.

7 Vedi Walter Benjamin, L'opera d'arte nell'era della sua riproducibilità tecnica

8 Acronimo per Open Source Distribution (OSD). Licenza di distribuzione open source

9 Raymond E. Colonizzare la noosfera, 1998. Questo testo, come altri citati nel corso di questo capitolo, non sono disponibili in versione cartacea, in quanto distribuiti esclusivamente in maniera gratuita sul web. Mi è stato quindi impossibile indicare il numero di pagina. In Italia sono stati pubblicati sul sito internet della Apogeo Editore; nella bibliografia sono indicati comunque tutti i riferimenti.

10 Raymond E. Colonizzare la noosfera, 1998

11 La tesi lockiana esprime la naturalità del diritto alla proprietà fondata sul lavoro personale e sul legittimo possesso dei suoi frutti.Vedi Locke, J. Trattati sul governo (1690).

12 Nel concreto questo significa che assume valore di prova la concatenazione degli atti precedenti e dei trasferimenti, rimandando all'epoca in cui quell'appezzamento venne colonizzato per la prima volta.

13 Vedi voce “Reverse engineering” nel glossario.

14 Si tratta del Tech Model Railroad Club, ed in particolare del suo nucleo centrale, il Signal and Power Subcommittee, citato in seguito.

15 Sorta di nucleo centrale del Tech Model Railroad Club, comprendeva gli elementi più promettenti, addetti al lavoro sul delicato sistema di scambi.

16 Lett. Baco, rappresenta un malfunzionamento di un programma. Vedi nel Glossario

17 Raymond, E. Colonizzare la noosfera, 1998

18 Raymond, E. Op. Cit.

19 Raymond E. Colonizzare la noosfera, 1998

20 Raymond E. Op. Cit.

21 La risposta data da uno dei fondatori di questo modo di agire e di pensare è comunque eloquente: Se un programma o una correzione software si dimostravano sufficientemente validi da risolvere i problemi dell’autore, potevano risolvere anche quelli di qualcun altro. Perché allora non condividerli anche soltanto per guadagnarsi un buon karma? Stallman, R. Codice libero, Apogeo 2002

22 16 marzo 1953 Manhattan, USA

23 28 Dicembre 1969 Helsinki, Finlandia

 
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