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Parte II Cap II - Einstein, la condivisione della cultura PDF Stampa E-mail

Nonostante il suo carattere che lo portò spesso a cercare la solitudine, Einstein fu ben conscio del grande partimonio che la condivisione della cultura costituiva per la scienza ed in generale per la crescita del genere umano. Non gli sfuggì il carattere collettivo ben presente nella ricerca scientifica, da lui concepita come una enorme cooperazioone in vista del raggiungimento di uno scopo comune.


Il carattere sovranazionale dei concetti scientifici e del linguaggio scientifico è dovuto al fatto che alla loro elaborazione hanno contribuito i migliori cervelli di tutti i paesi e di tutti i tempi. Nella solitudine e tuttavia nello sforzo cooperativo per quanto riguarda il risultato finale essi hanno creato gli strumenti spirituali per le rivoluzioni tecniche che hanno trasformato la vita dell'uomo negli ultimi secoli. Il loro sistema di concetti ha svolto una funzione di guida nello stupefacente caos delle percezioni, permettendoci di imparare a cogliere le verità generali dalle osservazioni particolari.1

Inoltre, colse appieno il senso del ruolo dello scienziato nella società e desiderò ardentemente appartenere alla comunità dei ricercatori.

(..)fra tutte le comunità a nostra disposizione non ce n'è infatti nessuna a cui vorrei appartenere, se non quella dei veri ricercatori, composta in ogni tempo da un numero assai limitato di membri effettivi2


Einstein ebbe un'enorme fiducia nelle scuole come strumento per la trasmissione del sapere alle nuove generazioni: La scuola ha sempre costituito il mezzo più importante per tramandare i valori della tradizione da una generazione all'altra. (...) L'obiettivo deve essere l'educazione di individui che agiscano e pensino indipendentemente, i quali, tuttavia, vedano nel servizio della comunità il più alto problema di vita. 3

Nonostante ciò egli fu comunque sempre convinto del fatto che il modo migliore per far sì che un giovane ricercatore ottenesse un reale aiuto ed incentivo nella sua attività fosse quello di dotarlo di un posto di lavoro senza particolari responsabilità, in grado di sollevarlo dalle preoccupazioni della vita quotidiana lasciandogli abbastanza tempo libero da dedicarsi a mente serena all'elaborazione delle suie teorie. Probabilmente in questo suo giudizio ebbe un certo peso il ricordo del periodo felice trascorso nell'ufficio brevetti di Berna,4 ma anche influenze religiose provenienti dalla sua infanzia, che contribuirono a creare quella che gli studiosi di Einstein chiamano la sua “sindrome del faro”. La sua percezione dell'importanza del lavoro scientifico di ogni ricercatore va ricercata nell'ambito più ampio dell'aspirazione di ogni essere umano al riconoscimento della sua importanza, che fa da base alla possibilità di collaborazione e che rende possibile la coesione della società.

L'aspirazione al riconoscimento ed alla considerazione è fortemente radicata nella natura umana. Senza la presenza di uno stimolo mentale di questo tipo la collaborazione umana sarebbe interamente impossibile; il desiderio di approvazione da parte dei propri simili è certamente uno dei legami più importanti della società. 5

La condivisione fu quindi per lui, oltre che uno dei pilastri sui quali si fonda l'intera cultura scientifica, un forte elemento della socialità, imprescindibile caratterizzazione dell'essere umano in quanto tale.

1 A.Einstein, Pensieri degli anni difficili Pag 99

2 Lettera del 29/4/1924 indirizzata alla famiglia Born. In A.Einstein, M.Born, Scienza e vita, lettere 1916/1955 pag 98

3 A.Einstein, Pensieri degli anni difficili pag 79

4 Vedi Parte II Cap II L'Akademie Olympia

5 A.Einstein, Pensieri degli anni difficili pag 81

 
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