| Parte ICap II - Mappa: un disegno ben preciso |
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Mappa: un disegno ben preciso
La seguente introduzione storica è stata strutturata prendendo come modello i tre metodi di rappresentazione della conoscenza descritti nel capitolo precedente1, cioè mappa, scala e rete. La scelta di seguire questa distinzione è dettata dalla necessità di strutturare e dividere in maniera razionale il materiale storico a disposizione ed evitare di procedere ad una sterile rassegna storica dei principali filosofi e scienziati. Nella fattispecie, mi pongo l'obbiettivo di individuare ed esaminare specifiche aree di interesse ed atteggiamenti ricorrenti relativi alla condivisione di sapere e conoscenza, analizzandone le peculiarità ed i momenti di crisi e passaggio dall'una all'altra. Inoltre, alla fine di ogni sottocapitolo verrà analizzato anche il sistema politico generato da ognuno di questi metodi di rappresentazione, per meglio chiarire le forme di aggregazione che venivano attuate a partire da un determinato orizzonte concettuale.
Il periodo che va dall'inizio della storia della filosofia alla rivoluzione scientifica del 1500 può essere considerato come una mappa, nel senso che la ricerca che veniva svolta era qualitativa e non teneva generalmente conto delle relazioni tra i vari enti: si occupava perlopiù di stabilire un posto ben preciso per ogni oggetto, che viene a trovarsi sullo stesso piano ed avere la stessa importanza degli altri enti presi in esame. Il sapere viene quindi a configurarsi come una struttura derivata direttamente dall'ordine eterno ed immutabile della natura, o un riflesso del disegno divino, ed in entrambi i casi si esclude completamente l'esistenza di una qualche forma di progresso o di avanzamento. Il mondo viene considerato come un'entità finita e limitata, anche se estremamente grande, mentre lo spazio ed il tempo vengono visti come unità invariabili ed assolute per la misurazione e la collocazione di ogni oggetto al suo interno.
La scuola pitagorica
Una delle prime e più famose scuole di filosofia fu quella fondata da Pitagora a Crotone dopo il 530 a.C., che deve la sua fama soprattutto all' essere stata un centro di studi matematici, oltre che un importante gruppo politico. La scuola pitagorica si trovava a metà strada tra una setta aristocratica ed una associazione religiosa: solo gli adepti erano ammessi alle rivelazioni del maestro, ma la scuola aveva le caratteristiche tipiche di un centro di studi matematici, anche se questi erano intesi più in chiave teologica e morale che scientifica. Infine fu anche una centro politico che influenzò la zona della Magna Grecia in senso fortemente anti-democratico.
Il corpo teorico della dottrina di Pitagora si può riassumere in due opposizioni: quella tra anima e corpo, e tra limite ed illimitato. La matematica pitagorica fu scienza e mistica del numero: visto come l'espressione del limite e della possibilità di ordine, è considerato il principio fondamentale di tutte le cose. I pitagorici furono matematici e geometri, e con il numero cercarono di spiegare non solo l'ordine, ma la stessa essenza dell'universo. La matematica si trovò così ad assumere un'importanza enorme, sia dal punto di vista scientifico che teologico. Infatti, essendo il numero stesso, inteso anche come una misura o una proporzione, il fondamento della conoscenza, senza di essi non si potrebbe conoscere nulla.
All'interno della scuola la disciplina era assoluta, le leggi da osservare erano applicate in maniera rigida ed inflessibile: tra queste si trovavano, per esempio, la castità, il celibato, voti di silenzio, pratica dell'ascetismo, vegetarianesimo e comunione dei beni. Al maestro andava tributata una fedeltà assoluta, e non erano assolutamente previste critiche. La religione seguita da questa comunità era la religione orfica, di origini persiane, che prevedeva l'immortalità e la trasmigrazione delle anime, o metempsicosi, ed aveva un rigido culto basato su complicati riti e la partecipazione ai cosiddetti Misteri Orfici. Gli allievi erano tenuti al più assoluto riserbo sulle varie modalità di riti e sulle conoscenze che acquisiva all'interno di questa comunità: le regole erano espresse in forma allegorica per non essere comprese da chi non facesse parte della cerchia degli eletti, e la pena per chi non le rispettava poteva anche essere la morte. Questa fu la sorte di Ippaso, che divulgò all'esterno della scuola l'uso dei numeri irrazionali, tenuto segreto in quanto contraddicevano l'ordine assoluto che si ritrovava invece nel mondo dei numeri naturali.
Nel complesso, Pitagora e la sua scuola rappresentano una visione prettamente aristocratica del sapere e della sua diffusione. La cultura era potere,2 e per questo motivo bisognava arrestarne la diffusione e limitarla solamente agli Aristoi, ai migliori, a quelli che erano destinati, per nascita o per capacità, a governare sugli altri. La condivisione del sapere veniva indirizzata solo a persone ritenute degne e comunque solo dopo un lungo tirocinio e l'assoggettamento ad una rigida disciplina. Si narra che gli allievi, divisi in matematici, addentro ai segreti della setta, ed agusmatici, semplici ascoltatori o novizi, potevano soltanto ascoltare Pitagora senza vederlo, in quanto lui si celava dietro ad una tenda; solo dopo 5 anni di praticantato gli era concesso di guardare in viso il proprio maestro, che ai loro occhi era una semidivinità. Più che di una vera condivisione si tratta di un passaggio di conoscenze effettuato seguendo un rigido protocollo, trasmissione in cui le parti in gioco non hanno un ruolo attivo o determinante se non quello di depositari di un sapere che va “travasato” da una persona ad un'altra con lo scopo di preservarlo dall'oblio.
Socrate
Come è successo per molte grandi personaggi dell'antichità, anche sulla figura di Socrate3 persistono alcuni dubbi di natura storiografica, in quanto le fonti che abbiamo a nostra disposizione sono costituite quasi esclusivamente dagli scritti di Platone,4 suo discepolo. Sappiamo che era un cittadino ateniese di straordinarie virtù, ed abbiamo sue descrizioni eccezionali, scritte sempre da Platone, ed una poco lusinghiera, contenuta in una commedia di Aristofane,5 Le nuvole. Ma dai dati che abbiamo in nostro possesso Socrate risulta essere un personaggio stranamente privo di difetti, senza ombre e tendenzialmente poco tridimensionale.
Socrate non ebbe una propria scuola, si recava nelle piazze nelle strade di Atene, dove si intratteneva dialogando con i notabili o i semplici passanti; e nonostante l'assenza di un luogo dove insegnare riuscì ad avere una forte influenza sulla cultura e sulla trasmissione del sapere della sua epoca, tanto che fu accusato di corrompere i giovani con le sue idee, ritenute immorali. In realtà il suo scopo era superare le definizioni delle cose, soprattutto virtù e simili, viste come delle semplici opinioni che andavano superate con il dialogo fino ad arrivare ad un vero e proprio concetto.
Secondo la tradizione era figlio di una levatrice e di uno scultore, tanto che partecipava alla genesi dei concetti come la levatrice quando assiste le donne nel momento in cui danno alla luce un figlio o uno scultore quando estrae dalla pietra la bellezza della statua che vi è contenuta: così, diceva Socrate, io aiuto gli altri a mettere alla luce la verità, che già conservano dentro di loro inconsciamente ed alla quale non riescono a dare ordine.
ora queste opinioni si sono ridestate in lui come in sogno ma se qualcuno lo interrogherà spesse volte ed in modi diversi sulle stesse cose, vedrà alla fine che egli non le saprà meno puntualmente di un altro (...) E le saprà non perché qualcuno gliele abbia insegnate ma solo per effetto delle domande, riattingendo la conoscenza egli stesso da sé.6
Questo modo di procedere è detto maieutica, e si basa sul tentativo di far uscire le conoscenze già presenti nell'uomo con domande appropriate. Così la verità viene scoperta insieme, ed anche quando non è possibile trovare una risposta sicura, si è almeno conseguito il risultato di sapere che, su quel punto, occorre ritornare ad indagare. Lo scopo del suo domandare è quindi mettere alla prova le varie opinioni con un accanito esame, alla fine del quale vengono provvisoriamente accettate le conclusioni sopravvissute. Apparentemente non mira a convincere l'interlocutore, mentre nella realtà lo sta trascinando in un percorso ben preciso segnato dalla sua logica stringente. Per fare ciò aveva escogitato un metodo, detto metodo dialettico, che constava in tre fasi nelle quali successivamente il malcapitato interlocutore veniva dapprima avvicinato in maniera adulatoria e simulando ironicamente somma ignoranza sull'argomento in discussione. Successivamente si passava alla distruzione della risposta fornita dall'interlocutore con l'uso di controesempi e casi particolari, fino ad arrivare ad una conclusione in cui si giunge ad un concetto universalmente condiviso.
Socrate crede che chi fa il male non sa di farlo perché, se lo sapesse, farebbe il bene. L'uomo è sostanzialmente buono, si pecca per errore ed ignoranza, non per cattiva inclinazione.
(Socrate) riteneva che tutte le virtù fossero scienze, e che accadesse contemporaneamente di conoscere la giustizia ed essere giusto (...) Per questo ricercava cosa sia la virtù, ma non come nasca e da quali elementi. Ciò accade invero nelle scienze contemplative: infatti non vi è altro scopo né nell'astrologia, né della scienza della natura, né della geometria se non il conoscere e contemplare la natura degli oggetti che sono gli argomenti di quelle scienze (...) Noi infatti non vogliamo sapere che cos'è il coraggio ma essere coraggiosi, non sapere cos'è la giustizia ma essere giusti, così come è meglio essere in salute piuttosto che conoscere che cos'è la salute 7
"Socrate è colpevole di essersi rifiutato di riconoscere gli dei riconosciuti dalla città e di avere introdotto altre nuove divinità. Inoltre è colpevole di avere corrotto i giovani. Si richiede la pena di morte". Questa era l'accusa che Anito e quelli del suo seguito presentarono ai danni di Socrate. Gli accusatori contavano probabilmente in un esilio volontario da parte del filosofo, com'era avvenuto in passato per Protagora o Anassagora, ma egli non abbandonò la città e si sottopose al processo. Anche quando il suo discepolo Critone gli propose la fuga dal carcere in cui era rinchiuso nell'attesa di essere giustiziato, egli si oppose duramente: una legge ingiusta quale è quella che mi condanna, diceva Socrate, non va infranta; viceversa, bisogna battersi per farla cambiare. E così egli accettò la sua sorte: morì sorseggiando cicuta e divenne il simbolo della libertà di pensiero. Era il 399 a.C.
Il modello di condivisione rappresentato da Socrate è caratterizzato innanzitutto dall'assenza di una connotazione ufficiale, come può essere una scuola o anche un ruolo ben stabilito nella società. Questa mancanza conferisce una maggior flessibilità nella struttura, più dinamica, ed inoltre garantisce, in un qualche modo, una partecipazione dal di fuori. Nella realtà però anche la filosofia socratica intendeva arrivare ad un punto fisso, quella Verità inseguita per millenni e mai trovata, e la partecipazione non era così essenziale allo svolgimento del discorso, ma spesso solo un pretesto per esporre determinati concetti. Rimane il dubbio di quanta sia la farina del sacco di Socrate e quanta invece provenga da Platone; nel complesso si può affermare che la condivisione del sapere cominciava a muovere i primi, timidi passi proprio a partire da questa fase storica grazie al concetto di dialogo.
Platone
Platone8 ebbe una vita piuttosto movimentata. Fu commerciante, viaggiatore, insegnante, retore, scrittore e filosofo. Viaggiò attraverso quasi tutto il mondo allora conosciuto, entrando in contatto con buona parte delle correnti di pensiero della sua epoca. In uno dei suoi viaggi fu addirittura catturato e venduto come schiavo a Dionigi, il tiranno di Siracusa, che tentò di convertire ai suoi principi di buon governo con risultati abbastanza scarsi. Il suo nome viene ricordato principalmente per due importantissimi motivi: è per noi quasi l'unica fonte da cui attingere informazioni su Socrate, del quale fu allievo, e creò una filosofia solida ed ancora operante sotto il nome di filosofia idealista. Inoltre, fu uno dei più raffinati scrittori del suo tempo, e ci ha donato pagine ricche di una rara bellezza descrittiva e contenutistica.
La sua filosofia prende le mosse dalla distinzione tra opinione, doxa, e scienza, episteme, che al contrario dell'opinione ha fondamenti tali da non poter essere messa in dubbio. Le cose sono o non sono, o si trovano in una fase intermedia, il divenire. La possibilità di conoscenza derivano direttamente da questi tre stadi, in quanto posso conoscere solo ciò che è, mentre ho una completa ignoranza di ciò che non è. L'opinione è invece figlia del divenire, e deriva dagli oggetti che non sono propriamente ma appaiono solamente. Ma, quando colgo mediante i miei sensi due oggetti della medesima specie, riesco ad esperire anche la loro somiglianza, un'idea universale che si trova in noi prima dell'esperienza stessa, e che riaffiora in noi mediante l'atto dell'anamnesi, il ricordare. La verità va quindi riconosciuta e ricordata, e non direttamente appresa dalla natura che ci circonda: il mondo fisico viene quindi ad assumere lo scomodo ruolo di pallida copia, imitazione, del vero mondo, quello delle idee, che da noi è separato e lontano. Non c'è da stupirsi che Platone neghi valore di verità al dato dell'esperienza, che per lui è solo il primo gradino di una scala che porta alla vera conoscenza, quella delle idee.
La giusta maniera di procedere da sè o di essere condotti da un altro nelle cose d'amore é questa: prendendo le mosse delle cose belle di quaggiù, al fine di raggiungere il Bello, salire sempre di più, come procedendo per gradini, da un solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle attività umane, e da queste alle belle conoscenze, e dalle conoscenze procedere fino a che non si pervenga a quella conoscenza di null'altro se non del Bello stesso, e così, giungendo al termine, conoscere ciò che é il bello in sè. 9
Dal punto di vista politico, Platone fu un oligarca ed un conservatore. Ricercò una forma ideale della vita associata;10 secondo il suo giudizio, il governo deve essere affidato a coloro che sanno, non agli ignoranti. Ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno re o i re diventeranno filosofi: si può dubitare se convenga affidare la sorveglianza di un oggetto qualsiasi ad un guardiano cieco o ad uno di vista acuta?11
Ed il vero sapere è di pochi, ha una genesi ed una struttura particolarmente complesse e non è alla portata di chiunque: non può quindi venire insegnato e diffuso come si può fare con la cultura, vista come semplice nozionismo. La sua concezione può essere considerata una sorta di oligarchia della mente. Inoltre il fatto che l'amato maestro Socrate fu processato, condannato e costretto ad uccidersi dal demos ha una buona parte nella sua concezione aristocratica.
Nel 377 Platone fondò l'Accademia, che divenne ben presto un centro di ricerche molto simile ad una moderna Università, dove vi era un regolare programma di lezioni e di seminari. Tra i suoi allievi annoveriamo Aristotele.12 Il modello di condivisione propugnato da Platone è sempre di tipo aristocratico ed elitario, anche se privo di quella connotazione sacrale e fortemente esclusiva che caratterizzava la scuola pitagorica: la possibilità per chiunque di partecipare ad almeno la metà dei corsi proposti dall'Accademia dà il senso della maggiore apertura e partecipazione richiesta. La differenza posta tra sapere ed erudizione ed una visione fortemente oligarchica ne sono comunque gli elementi predominanti, vanno però inseriti in un contesto che ha alla sua base una forte componente utopica e di sviluppo sociale. La creazione di uno stato perfetto diviene il centro di un processo teso alla pedagogizzazione di una fetta abbastanza consistente della popolazione (rapportato, logicamente, agli standard del periodo storico) in vista dell'attribuzione di ruoli ben precisi per ogni essere umano in nome di un progredire collettivo verso l'ideale. Più che di condivisione del sapere si può parlare quindi di condivisione di un punto di arrivo, e di una conseguente condivisione dei mezzi per arrivarci.
Aristotele
Aristotele ancora oggi, a distanza di millenni dalla sua morte, rappresenta uno dei principali punti di riferimento in filosofia. Le sue idee e le sue concezioni hanno dominato per oltre duemila anni, nel bene e nel male, la nostra cultura. A lui dobbiamo la distinzione tra potenza ed atto, tra forma e contenuto; fu inoltre il primo anatomista e naturalista della storia.
Il metodo adottato da Aristotele è improntato all'osservazione: I contenuti di un’indagine sono precisamente uguali ai contenuti del sapere. La nostra indagine può rivolgersi in quattro direzioni per stabilire: che un oggetto è qualcosa; perché un oggetto è qualcosa; se un oggetto è; che cosa è un oggetto.13 In questo modo di vedere il mondo, quello che c'è in comune, da comunicare, è il sistema di riferimento, assoluto, una visione ontologica che assicura l'esistenza e la continuità del mondo stesso. Non è necessario nessuno sforzo critico, le cose stanno esattamente così come vengono trasmesse: la natura va ancora semplicemente osservata. La verità è assoluta: può essere colta; ha un carattere quasi di rivelazione e va “soltanto” scoperta.
Perfino circa quegli esseri che non presentano attrattive sensibili al livello dell'osservazione scientifica la natura che li ha forgiati offre grandissime gioie a chi sappia comprenderne le cause, cioè sia autenticamente filosofo. (...) così occorre affrontare senza disgusto l'indagine su ognuno degli animali, giacché in tutti v'è qualcosa di naturale e di bello. Non infatti il caso, ma la finalità è presente nelle opere della natura, e massimamente: e il fine in vista del quale esse sono state costituite o si sono formate, occupa la regione del bello. Se poi qualcuno ritenesse indegna l'osservazione degli altri animali, nello stesso modo dovrebbe giudicare anche quella di se stesso; non è infatti senza grande disgusto che si vede di che cosa sia costituito il genere umano: sangue, carni, ossa, vene, e parti simili.14
La riflessione politica di Aristotele si sviluppa quando la crisi della polis è irreversibile e la Grecia viene conquistata da Filippo di Macedonia.15 Non cerca un modello ideale di Stato, vuole esaminare le costituzioni esistenti al fine di valutarne la maggiore o minore rispondenza al bene comune. Secondo lui non ha senso cercare di costruire un modello ideale perché, nel campo della politica, l’uomo opera a partire da situazioni specifiche e da opinioni discutibili; non può quindi dedurne principi razionali universali e assolutamente certi, la politica è scienza di ciò che accade per lo più. Anche Aristotele, come Platone, vede nello Stato l’organismo che consente il pieno sviluppo delle qualità di ogni uomo che per natura è socievole, lo Stato esiste per natura ed è anteriore all’individuo, perché, se l’individuo di per sé non è autosufficiente, sarà rispetto al tutto nella stessa relazione in cui sono le altre parti. Perciò chi non può entrare a far parte di una comunità o chi non ha bisogno di nulla in quanto basta a sé stesso, non è membro di uno Stato, ma è una belva o un dio16.
Aristotele entrò in Accademia nel 367 a. C., anno in cui Platone affrontò il suo secondo viaggio in Sicilia; la reggenza della scuola fu affidata ad Eudosso di Cnido, un pensatore molto versatile, competente in matematica, astronomia, geografia, etnologia, medicina e filosofia, che influenzò notevolmente la formazione del giovane filosofo, come pure l’orientamento della scuola. E Aristotele stesso, molto tempo dopo, ricorderà nell’Etica Nicomachea l’impressione avuta: I suoi ragionamenti avean acquistato fede più per la virtù dei suoi costumi che per sé stessi: poiché appariva di un’insolita temperanza; onde sembra che in tal modo ragionasse (identificando il bene col piacere), non perché amante del piacere, ma perché così la cosa stesse veramente.17
Aristotele è stato il fondatore della prima scuola superiore del mondo antico, il Liceo, che teneva corsi regolari, mattina e pomeriggio.18 Il modello di condivisione che questa scuola porta avanti è di tipo “scientifico”, molto più simile ad un moderno laboratorio di ricerche che ad una scuola della sua epoca. L'abitudine di effettuare osservazioni sulla natura e ricerche su specifici argomenti, e di farle svolgere agli allievi, era una novità assoluta, che abbinata con il tipo di lezioni presentate da Aristotele stesso dava una formazione in cui era richiesta una maggiore partecipazione degli allievi, diversamente da quella di stampo prettamente speculativo. Inoltre, la mancanza di un forte ideale politico sullo sfondo rese questa scuola molto più libera e flessibile rispetto a quella di Platone, non avendo prefissato obbiettivi diversi dal sapere e dalla conoscenza.
Medioevo, età unitaria
Il tratto distintivo del Medioevo è l’unità di tutto il mondo allora conoscibile sotto un unico principio unificatore: la fede. Ogni argomento, ogni fatto ed ogni aspetto della vita, anche quotidiana, andava ascritto alla volontà ed alla benevolenza di Dio, che tramite i suoi imperscrutabili atti aveva dato origine e senso a tutto il creato. Per gli studiosi medioevali la Bibbia, i dogmi della fede cristiana e (quasi nella stessa misura) gli insegnamenti di Aristotele, erano fuori discussione; il pensiero originale, ed anche l'indagine sui fatti, non dovevano superare i limiti stabiliti da questi confini immutabili dell'audacia speculativa. Se ci fosse gente agli antipodi, se Giove avesse dei satelliti e se i corpi cadessero ad una velocità proporzionale alla loro massa erano problemi da risolvere non per mezzo dell'osservazione ma dalla deduzione da Aristotele o dalle sacre scritture. Il conflitto tra la teologia e la scienza era anche un conflitto tra l'autorità e l'osservazione.19
Ogni teoria che con le sue affermazioni minasse questa unità di base era vista come pericolosamente destabilizzante e pericolosa, sia per la salute del corpo sociale, che avrebbe perso così coesione, sia per la ben più importante salute dell’anima e conseguente perdita della vita eterna. In definitiva, l'esistenza era vista in funzione dell'altra vita nel mondo che verrà, ed ad essa subordinata; quest' ottica spiega particolari altrimenti incomprensibili, come persecuzioni, torture ed esecuzioni, perfettamente lecite in quanto ai loro occhi la salute dell'anima era ben più importante della salute del corpo.
In questo modo di concepire le cose la scienza e la libertà di pensiero in generale venivano considerate un gradino inferiori rispetto ad un principio unico che sottendesse la convivenza civile e la moralità in generale. Il richiamo al divieto di uccidere contenuto nei Dieci Comandamenti, la giustizia oltremondana e la terribile collera divina erano molto più sentiti di qualunque forma di giustizia impiantata dall'uomo. Di contro però questo argomento si basa sull'autorità della Bibbia, che può venire mantenuta intatta solo accettando la Bibbia nel suo insieme. Quindi, quando la Bibbia sembra asserire che la terra non si muove, dobbiamo accettare questa dichiarazione nonostante gli argomenti di Galileo, perché daremmo altrimenti una giustificazione all'illegalità.20
Dal punto di vista della trasmissione e conservazione del sapere tuttavia il Medioevo non può essere considerato l'epoca oscura che ci lasciano intendere i commentatori immediatamente successivi. Fervevano numerose attività culturali, concentrate soprattutto nei centri religiosi; si copiavano manoscritti e si disquisiva sui massimi sistemi, anche se sempre in quell'ottica unitaria sopra citata; più che di un'epoca buia si può parlare di un'epoca ai nostri occhi stranamente omogenea ed uniforme. Un curioso elemento di diversità risiede nel fatto che l'originalità non era vista come una connotazione positiva: mentre noi oggi, per non correre il rischio di essere tacciati di imitazione e plagio, cerchiamo la novità e la sorpresa, in epoca medioevale era invece buona consuetudine ricorrere ai modelli: gli scritti venivano quindi costellati di costrutti presi a piene mani dai classici, soprattutto latini, che venivano imitati per attribuire maggiore autorità al proprio lavoro, e soprattutto per migliorare il modello, tentando di perfezionare un lavoro che era stato cominciato da altri. Questi modelli avevano una funzione molto simile al principio unificatore della fede negli altri ambiti, e davano una guida ed un riferimento nell' altrimenti caotico mondo del pensiero e della letteratura, da un lato limitando la libertà dello scrittore, dall'altro offrendogli una pista già battuta da seguire.
Altro particolare molto interessante nell’ottica della condivisione del sapere è la creazione della prima grande rete di diffusione e conservazione della conoscenza: la Chiesa, che tramite un intricato sistema di conventi, chiese, opere pie e parrocchie raggiunse un controllo all’epoca impensabile sia sul territorio che sulla gestione della cultura. La sua influenza è esemplificata dall’immenso sforzo di alfabetizzazione che si ebbe in Germania quando, con lo scisma protestante, divenne necessità per i fedeli leggere le Sacre Scritture, o con l’immane, certosino lavoro di copiatura e conservazione di testi di vario genere e di antichi manoscritti. Con l'affermarsi del Cristianesimo come religione pressoché unica in tutta Europa inoltre si ebbe una enorme diffusione del latino, in quanto lingua ecclesiastica, che consentì agli studiosi di utilizzarla come una sorta di esperanto, permettendo così di superare le barriere linguistiche, all'epoca altrimenti quasi insormontabili: questo fatto diede vita ad un fervere di epistolari, comunicazioni e testi che ravvivarono ulteriormente il periodo storico in esame. A titolo di esempio possiamo citare il vasto epistolario di Erasmo da Rotterdam,21 che si tenne in contatto con tutti i maggiori studiosi del suo periodo. Mentre invece, un uomo di prassi come Leonardo da Vinci era definito un “Homo sanza lettere” in quanto non in grado di leggere e scrivere in latino.
Corollario sociale: il suddito
Una conseguenza di questa maniera comunque abbastanza rigida nel suo complesso di gestire i problemi relativi alla conoscenza, alla libertà ed alla coscienza religiosa delle persone generò un sistema politico generalmente caratterizzato dalla presenza di sudditi sottoposti ad un sovrano, più o meno assoluto. Per assurdo, le costituzioni più “moderne” sono quelle più antiche, risalenti al periodo classico in Grecia, soprattutto ad Atene, dove vigeva un sistema democratico che, se ai nostri occhi sembra comunque escludere troppa parte della popolazione dal diritto di voto per potersi definire tale, rappresenta, oltre che l'antenato storico del nostro attuale ordinamento politico, anche il migliore allora disponibile. Nel Medioevo lo Stato diventa espressione diretta dell’autorità divina: una società è ben ordinata solo se rispecchia al proprio interno la volontà divina e, dal momento che Dio è l’unico reggitore dell’universo, anche la società umana deve essere retta da un’unica autorità: il concetto è espresso chiaramente da Hibernicus Exul,22 uno degli intellettuali della corte di Carlo Magno:23 Uno è colui che signoreggia nel tetto del cielo, il Tonante. Questo vuol dire che sulla terra Uno solo deve regnare e tutti gli uomini devono guardare a Lui come al giusto modello. Nel bisogno di un’unica autorità è possibile vedere la causa ideologica della lunga serie di conflitti fra papato ed impero dal momento che ognuno rivendicava il ruolo di rappresentante di Dio sulla terra. Conseguenza di questo conflitto sono stati il disordine l’anarchia feudali contro i quali già Dante afferma, con la teoria dei "due soli", la necessità di separare autorità politica e autorità religiosa.
L'uomo era quindi considerato un suddito, sottoposto e giudicato dalle rigide norme divine e dalle leggi naturali, verso le quali si può solo chinare il capo con rassegnazione o devozione. La visione del mondo è corale, si segue lo stesso modello di vita e di perfezione, tramandato dai testi sacri e dai classici latini e greci senza nessuna possibile interpretazione. Ogni cosa ha il suo posto e la sua ragion d'essere, in un mondo sostanzialmente immutabile. Non c'è spazio per visioni alternative, ognuno guarda e descrive il mondo per quello che è, ma il mondo è uno, quindi chi si discosta dalla visione accreditata è sicuramente in errore. 1Vedi Parte I Cap 0 Par. Metodi di rappresentazione della conoscenza 2Anticipando di oltre un millennio Francesco Bacone con il suo celebre Knowledge is power. 3Atene 470 o 469 - 399 a.C. 4Atene 428/427-348/347 a.C. 5Atene 445 ca. - 385 ca. a.C. 6Platone, Menone, 85c, in Gottlieb, A. Socrate, pag 36 7Aristotele, Etica Eudemia, 1216b, in Gottlieb, A. Socrate pag. 42 8 428 – 348 a.C. 9 Platone, Simposio, pag 48 10 Le sue riflessioni su quest'argomento sono esposte su Platone, La Repubblica 11Platone, La Repubblica, Libro VI, 484a, pag 197 12Vedi Parte I Cap II Par. Aristotele 13Aristotele, Analitici secondi, Libro II Parte I, Pag. 75 in Organon, Aristotele vol II Collana Classici di filosofia, UTET, a cura di Marcello Zanatta,1996 14Aristotele, De partibus animalium I,A 5-8, pag 22 in Opere, Universale Laterza, Bari 1973. Trad. Di Mario Vegetti 15Filippo II il Macedone, (? 382 ca. - Ege 336 a.C.), generale e re di Macedonia (359-336 a.C.) 16Aristotele, Politica, I, 2, 1253 a 18. In Aristotele, Collana filosofi antichi e medioevali. A cura di Vincenzo Costanzi. Laterza, Bari, 1948 17Aristotele, Etica Nicomachea, Parte III, pag. 120. In Opere. Vol. 7: Etica nicomachea. Laterza, Bari 18Vedi Parte I Cap III Par. Liceo 19Russell, B. Religione e scienza, 1951 pag 8 20Russell, B. Religione e scienza, 1951, pag 4 21Rotterdam 1466 ca. - Basilea 1536 22Nome dato ad un esule proveniente dall'Irlanda, che scrisse numerosi poemi indirizzandoli all'Imperatore. Generalmente viene identificato con Dungal. La designazione di Exul era tipica dei viandanti irlandesi. Probabilmente si trattava di un grammatico, o di un retore, anche se gli studiosi propendono più per l'insegnante di palazzo. 23742 - Aquisgrana 814. Re dei franchi dal 771 al 814 e imperatore del Sacro Romano Impero (800-814) |
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