| Parte I Cap V - Condividere cosa |
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Capitolo V Condividere cosa Se qualcuno non riesce a capire quanto sia semplice la matematica, è soltanto perché non si rende ben conto di quanto sia complicata la vita. John von Neumann Condividere cosaOltre ai luoghi ed alle persone che hanno portato avanti la condivisione del sapere, anche i concetti che, nel corso del tempo, sono stati condivisi, e le variazioni che hanno subito col passare del tempo e col variare delle percezioni del mondo che si sono succedute finora hanno una certa importanza. Le principali categorie interpretative che abbiamo, come per esempio i concetti di spazio e tempo, o il modo in cui concepiamo il nostro universo di riferimento, ci appaiono immutabili esclusivamente per un nostro personale convincimento, in quanto ad un'analisi storica si può verificare come siano variati, oltre che da persona a persona, anche da luogo a luogo e da un periodo storico ad un altro. Il nostro punto di riferimento temporalmente breve, oltre ad un certo attaccamento psicologico a cose che crediamo vere, ci fanno misconoscere questa evoluzione costante dei concetti che ci accompagnano quotidianamente nella nostra scoperta del mondo e nel nostro modo di servircene. Proprio questa ricchezza fa sì che la condivisione sia un procedimento particolarmente fecondo, in quanto parte da un patrimonio di diversità, anche se piccole, estremamente accentuato e con al suo interno infinite variazioni e combinazioni. Questo fatto è reso evidente dal fatto che ogni uomo in qualsiasi periodo storico ha potuto formarsi sulla base proprio di queste impercettibili differenze un suo personale modo di comprendere, utilizzare e conoscere quello che quotidianamente esperisce, modo che soltanto molto difficilmente un altro essere umano potrà replicare, costituendo quindi un patrimonio di conoscenze che, anche se non innovative in sè per sè, pongono le basi, proprio in virtù della loro enorme variabilità, di futuri cambiamenti. Inoltre, volendo considerare, per semplicità, questi concetti come l'oggetto della condivisione, bisogna comunque notare come sussista un rapporto di interdipendenza tra i mezzi per la trasmissione ed il contenuto trasmesso, in quanto il mezzo, con le sue caratteristiche tecniche, è in grado di limitare alcuni aspetti della comunicazione o favorirne altri, come già esaminato in precedenza. Il concetto da trasmettere quindi cambierà il mezzo di trasmissione in virtù del suo contenuto, dovendosi adattare ad una struttura generalmente non studiata specificamente per quel caso particolare. Questo fattore va ulteriormente ad incrementare quella variabilità derivata dal grande numero sia di esseri umani che di condizioni in grado di aiutarci a generare un nostro universo di riferimento originale, facendo sì che, oltre a fornire il mezzo tecnico per trasmettere la nostra conoscenza, il materiale da condividere sia in teoria pressoché infinito, o comunque inesauribile in rapporto alle nostre capacità di assorbirlo. Questo fenomeno è diventato evidente soprattutto ai nostri giorni, ed è dato soprattutto dalla preponderanza quantitativa conferita dal mezzo tecnico al nostro sistema informativo: a differenza di qualunque altro sistema passato, il nostro non ha bisogno di informazioni aggiuntive, ma di un metodo per riuscire ad utilizzare l'immensa mole dei dati già a nostra disposizione. La vera frontiera si sta dunque spostando dall'importanza del singolo e del mezzo sempre più verso quelle caratteristiche proprie che rendono un uomo diverso da un suo simile: la sua cultura, le sue conoscenze vive, il saper fare e le varie competenze che alla luce del nostro periodo storico, non in grado di filtrare ed utilizzare efficacemente tutte le informazioni, stanno per essere riconosciute come la fonte di tutte le altre ricchezze. La soluzione, come è stata immaginata da Pierre Levy1, ha una forte connotazione sociale, sia nella formulazione del problema che nella sua soluzione. Partendo dal dato della unicità umana e della necessità di cooperare afferma che forse l'utilizzo socialmente più utile (dei nuovi strumenti di comunicazione, ndR) sarebbe quello di consentire ai gruppi umani di mettere in comune, attraverso il loro impiego, le rispettive forze mentali al fine di costituire degli intellettuali collettivi.2 Il problema quindi viene risolto mediante l'unione dei vari copartecipanti con lo scopo di creare, grazie anche all'apporto delle nuove tecnologie, non una ipotetica intelligenza artificiale o una qualche altra forma atta a rimpiazzare l'uomo, bensì nel favorire la costruzione di collettivi intelligenti in cui le potenzialità sociali e cognitive di ciascuno possano svilupparsi ed ampliarsi reciprocamente.3 Si assiste, o meglio, si dovrebbe assistere, alla nascita di una grande intelligenza collettiva, strutturata come una enorme rete di conoscenze, i cui nodi sono rappresentati dalle singole persone, ognuna con il suo bagaglio di conoscenze ed i suoi legami con ciò che lo circonda. Ed in questa rete i concetti e le idee sarebbero liberi di fluire da un punto all'altro, perdendo o guadagnando contenuti proprio a causa del passaggio attraverso un mezzo che neutro non è, costituito com'è da persone e non da strumenti, che è in grado di arricchire la conoscenza e generare continuamente nuove associazioni e scoperte. Un universo di riferimento Il modo di vivere e percepire quello che abbiamo intorno condiziona ed indirizza anche la nostra visione scientifica. La scienza non è una semplice “distillazione” dei luoghi comuni che attraverso questo processo si pone al di sopra degli errori, bensì un lavoro continuo di razionalizzazione ed astrazione dalla realtà che dalla realtà non può comunque affrancarsi; per questo motivo, avrà sempre sulle spalle anche i limiti delle visioni che l'hanno originata. Quindi, andare a capire da che tipo di mondo venga originata una teoria scientifica ci aiuta ad indagare quali saranno le sue aspettative, i suoi risultati ed i suoi limiti. Tutti attributi che discendono generalmente dallo “spirito dell'epoca”, cioè dai problemi ricorrenti, dagli indirizzi di ricerca e da tanti altri piccoli particolari che presi nel loro insieme formano un ambiente culturale. Il concetto di un universo di riferimento, che al posto di fare da fondamento immobile a tutte le nostre costruzioni scientifiche si muove con noi e non rappresenta più una base stabile è solo apparentemente incompatibile con la nostra vita quotidiana: per noi è assolutamente normale, per esempio, cambiare idea su un determinato argomento, o comunque adottare diversi punti di vista a seconda delle condizioni in cui ci troviamo ad operare. La scienza invece generalmente tende ad interpretare i cambi di atteggiamento nei confronti dei fenomeni osservati come un cambiamento dovuto al ravvedimento successivo ad un errore, ma quasi mai le cose stanno solamente così. La scienza non è un procedimento cumulativo per l'incremento della conoscenza: questa percezione è dovuta esclusivamente al suo essere una disciplina fortemente antistorica,4 e che quindi non riesce a razionalizzare effettivamente i vari passaggi che hanno portato ad una determinata soluzione, focalizzandosi invece sul risultato finale ed il suo contenuto di verità. Gli errori sono insiti nel metodo e non verranno corretti che cambiandolo, inserendo quindi nuovi errori di un nuovo metodo che andrà a sua volta cambiato per correggere le imperfezioni, e così via. Diverse leggi richiedono diverse basi concettuali, che a loro volta richiedono un diverso approccio verso il mondo che ci fa da orizzonte; che poi in entrambi i casi il riferimento sia lo stesso non è un fenomeno utile ai fini della spiegazione, in quanto comunque viene vissuto come radicalmente diverso. E c'è davvero grande differenza nel vivere in un mondo pieno di flogisto piuttosto che di ossigeno, o tra essere il centro pulsante di un universo dominato dalle leggi auree della proporzione oppure essere su un granello di polvere lanciato a velocità folli in un infinito e caotico buio eterno. Il cambio del nostro orizzonte interpretativo può avvenire per gradi, con piccoli e, presi singolarmente, impercettibili cambiamenti, oppure evolvere più o meno traumaticamente in dispute e tentativi di rifondare il sapere su nuovi principi, caso esemplificato dalle cosiddette rivoluzioni scientifiche. In questo caso si assiste generalemente ad una sostituzione di un sistema di valori e regole fino a quel momento condiviso in un altro che consenta una maggiore capacità di interpretazione e previsione dei fenomeni. Questo cambiamento generalmente viene scatenato da fenomeni imprevisti, o fino a quel momento non considerati come importanti, o dalla rilevazione di discrepanze tra una teoria e l'osservazione. Il concetto di natura Sebbene ciò possa sembrare controintuitivo, il concetto di natura ha subito una serie di cambiamenti molto elevata, sia nel corso dei tempi che nel medesimo periodo storico. Si sono affiancate o scavalcate tra di loro diverse visioni di come il nostro universo potesse essere, dalle ingenue teorie degli antichi filosofi fino a quelle dettate oggigiorno dalla fisica moderna, dove non riesce ancora ad affermarsi un unico modo di vedere ed analizzare la realtà. Oltre alle differenze causate da motivazioni storiche, i principali modi di interpretare i dati sensibili fornitici dai sensi sono principalmente quello dogmatico e quello empirista. Il primo incastona i dati in una teoria preesistente ad essi ed assolutamente vera in quanto derivata dalla ragione, alla quale i fatti non possono contraddire. La seconda, invece fa il movimento inverso, promulgando leggi e teorie solo dopo aver analizzato le occorrenze fisiche ed averne ricavato i tratti comuni. Le differenze tra i due modi di vivere ed intendere la conoscenza sono stati riassunti ottimamente da Bacone in una delle metafore più famose della storia della filosofia, quando affermò che gli empirici, come le formiche, si contentano di ammassare per poi consumare. I razionalisti, come i ragni, traggono la tela dalla loro sostanza cerebrale. Sono le api che tengono la via di mezzo: traggono la materia prima dai fiori degli orti e dei campi, poi la trasformano, elaborandola in virtù della loro propria attività. Non dissimile è l'opificio della vera filosofia.5 Questi due modi di interpretare la natura si sono spesso intersecati tra di loro, dando luogo a svariati ibridi ed a teorie gnoseologiche molto variegate, tanto che è difficile trovare un dogmatico puro quanto è difficile trovare un empirista tout court. Il modo di percepire la natura varia molto a seconda della fase storica che si sta analizzando. Nella fase antica, la natura era considerata assoggettata a leggi ferree, immobile ed immutabile. Frutto dell’opera di una divinità, non poteva venir cambiata dall’uomo e dalle sue arti, poteva però venir studiata ed osservata, anche se comunque il dato empirico era sempre visto come inferiore rispetto a quello che discendeva dalla ragione. La natura era vista come un posto pericoloso, madre e matrigna, che ama nascondersi ai nostri sensi e che può venir indagata solo con l’occhio della mente, che al contrario dei sensi ci consente di vedere le reali relazioni tra gli enti, le energie potenziali o gli atomi. E' ancora completamente assente la volontà di quantizzare il tutto. La natura quindi funge perlopiù da sfondo immodificabile alle nostre esistenze, dal quale possiamo dedurre ed osservare determinate cose, e non altre, in base alla nostra ragione ed al postulato di fondo che tutto abbia un suo senso, un forte ordine interno derivato dalle leggi immutabili che dominavano la natura stessa. Queste leggi andavano scoperte, indagando non tanto con l’osservazione quanto con la deduzione dei concetti puri per mezzo della nostra ragione, brandello inafferrabile di quella razionalità che tutto pervadeva. Questo modo di considerare le cose, totalmente disinteressato e senza legami con il lato pratico di quella che per noi è ormai scienza, non permise di effettuare né grandi invenzioni, né tantomeno le grandi scoperte alle qauli ci ha abituato il nostro attuale modo di procedere, in quanto veniva indagato prevalentemente il dato qualitativo e le essenze. Le varie scoperte erano esclusivamente un trionfo dell’intelletto, slegate com’erano da una qualsiasi applicazione pratica. Il sapere aveva attorno a sé ancora un’aura di sacralità che mal si abbinava con il mondo concreto. Nella fase rinascimentale si ha un radicale cambio nel modo di interpretare la natura, che diviene un elemento da studiare sia con i nostri sensi, sia attraverso strumenti che li potenziano per farci vedere cose che altrimenti sarebbero fuori dalla nostra portata. Anche se a fatica, si impongono come fondamentali per la ricerca barometri, termometri, cannocchiali e microscopi, finalmente non visti più come perturbatori dell’osservazione bensì come utili ausili. Questo passaggio assunse un’importanza fondamentale perché segna anche la riconciliazione avvenuta tra l’anima pratica e quella teoretica della scienza, consentendo poi la nascita della tecnologia, intesa come dominio dell’uomo sul mezzo tecnico in vista di uno scopo, che tuttora ci accompagna. Inoltre, in questo periodo comincia ad essere percepita come importante l’esigenza di avere un metodo che fornisca oggettività e comunicabilità alle proprie ricerche, un metodo che preveda esperimenti e la relativa quantizzazione del materiale ricavato. La natura viene descritta come un libro scritto in caratteri matematici da Galileo, Leonardo lamenta le incertezze alle quali si sottopone chi non utilizzi la matematica, Bacone enuncia le regole del metodo: comincia insomma a spiccare il volo la scienza come noi la conosciamo. Attualmente si possono notare ulteriori trasformazioni, in quanto rispetto agli antichi viviamo in un mondo in cui i punti di riferimento non vengono più percepiti come assoluti. Nonostante gli immensi passi avanti effettuati dalla tecnica e dalla tecnologia le scienze, soprattutto la fisica, stentano a trovare un fondamento unico come poteva essere, in passato, la meccanica classica. Abbiamo acquisito l’abilità tecnica per dominare parzialmente la natura, ma nonostante questo non riusciamo a comprenderla appieno: anzi, la percezione comune è che tale conoscenza non è mai stata così lontana dalla nostra comprensione. La radicale trasformazione della nostra percezione dell’universo risiede nella modificazione operata da Einstein dei concetti di spazio e tempo, che mentre per la fisica classica erano assoluti e misurabili in maniera precisa e certa, adesso ci appaiono più sfuggenti, in stretta relazione tra di loro e, nonostante le nuove scoperte ci garantiscano in realtà una maggiore precisione di calcolo, meno precisi. Questo deriva dall’aver inteso la teoria della relatività come una teoria che tende ad affermare che “tutto è relativo”, mentre invece afferma esattamente il contrario, generando una serie di procedure in grado di determinare nella maniera finora più esatta possibile l’esatta posizione nello spazio-tempo di un qualunque oggetto indipendentemente dall'osservatore. Esperimento: la rivincita della tecnica Come abbiamo già più volte avuto occasione di esaminare, la storia del pensiero umano si configura molto spesso come un conflitto tra teoria e pratica, ovvero tra diversi modi di affrontare i problemi e conseguentemente tra diverse concezioni di partenza. La linea di pensiero che preferisce tributare maggiore importanza alla pratica è stata la responsabile dell'affermarsi di una pratica di ricerca oggi scontata, ma che in passato non godeva di altrettanta fiducia: il ricorso all'esperimento scientifico. Per esperimento scientifico si intende una simulazione in laboratorio di un fenomeno fisico, effettuato in modo da poter controllare e misurare tutti i parametri relativi all'esperimento stesso. In realtà la somiglianza dell'esperimento con la natura non è totale, proprio perché in laboratorio si tende a lavorare in situazioni ottimali, senza interferenze di sorta, caso pressoché impossibile in natura, dove è praticamente impossibile isolare un fenomeno e tenerlo al riparo da tutte le influenze generate da fenomeni ad esso non riconducibili. Proprio il fatto di non essere in grado di dare il giusto peso a tutte le componenti che compongono un fenomeno è stato escogitato un modello di semplificazione della realtà, che segnalando quali siano gli elementi più importanti in ogni classe di eventi fa sì che venga tributata importanza, e quindi misurazione e calcolo, solo a quegli elementi che hanno un'importanza maggiore. Tutto questo è stato escogitato per non oberare di lavoro studiosi e macchinari, ma anche perché è sempre forte la tendenza alla ricerca di leggi universali il più generali possibile, che richiedono quindi un grado di astrazione dalla realtà spesso molto elevato; fanno parte di questa categoria le assunzioni di base della fisica, come per esempio l'assimiliazione di un corpo ad un punto materiale, o la descrizione dei moti di questi punti attraverso rette e curve, che sono difficilmente identificabili nei percorsi decisamente meno perfetti che si trovano realmente in natura. L'esperimento fa parte di un processo attraverso il quale la realtà viene elaborata, “digerita” e sistematizzata sotto forma di teoria scientifica, che si trova quindi a rappresentare una sorta di formalizzazione di ciò che ci circonda. In senso lato si potrebbe quasi parlare di una sorta di traduzione in un linguaggio più rigoroso, come può essere quello matematico, se non fosse per il fatto che questo modo di definire la cosa non tiene conto del fatto che, sebbene anche la traduzione non sia mai completamente conforme all'originale, comunque ne conserva un elevato numero di caratteristiche, cosa che invece non si verifica nel passaggio da eventi a relative teorie scientifiche. Le due cose sono totalmente incommensurabili, in quanto ci si trova a passare dal piano ontico a quello normativo, passaggio che non richiede certo un processo di questo tipo, bensì una seria riflessione sulla possibilità di effettuare un salto del genere e sulla validità delle leggi così trovate, sia nel caso particolare che in quello generale, intendendo considerare la legge come fondazione della conoscenza umana e della relativa fiducia nell'esistenza di un mondo ordinato, o quantomeno conoscibile, da studiare e comprendere. Il ricorso all'esperimento ha cominciato ad essere fondamentale per la storia della scienza europea grazie a Galileo, che lo inserì a pieno titolo come metodo per interrogare la natura e trarne le sue leggi. Precisione degli strumenti a parte, da questo momento in poi la tecnica viene considerata come un ausilio per supplire alla nostra scarsa dotazione sensoriale, per effettuare misure quanto più precise possibili, ripudiando la vecchia concezione secondo la quale solo l'osservazione effettuata senza ausili aveva valore, in quanto il mezzo avrebbe irrimediabilmente corrotto la percezione. Da qui parte quindi quella linea ininterrotta di fiducia nella tecnica che consentì prima la nascita, ed oggi la preponderanza, dell'aspetto tecnologico su quello puramente teoretico e conoscitivo. La cultura si va sempre più spostando sul dato grezzo, sulla precisione delle misurazioni, sulla meccanizzazione ed iterazione di operazioni, campi che sono stati appena resi accessibili proprio grazie al progredire di mezzi adatti a scandagliarne le profondità in tempi accettabili e con risultati certamente precisi. Questo ha fatto sì che si verificasse uno spostamento di interessi verso aree prima poco indagate proprio a causa delle difficoltà insormontabili di calcoli e di dimensioni dei problemi: costruzione di modelli dettagliati per simulazioni atmosferiche, esperimenti con raggi cosmici o materiale subatomico o supercalcolatori impegnati a sequenziare il DNA di varie specie animali nonché dell'uomo stesso sono solo alcuni degli orizzonti possibili aperti dalle nuove impensabili capacità di calcolo che abbiamo raggiunto oggigiorno. 1 Tunisi, 1956 2 Levy, P. L'intelligenza collettiva: Per un'antropologia del cyberspazio. 1996 Pag 30 3 Levy, P. Op. Cit. Pag 31 4 Vedi Parte I Cap I Le rivoluzioni scientifiche 5 Bacone, F. Nuovo organo, Aforisma XCV pag. 113 |
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