| Parte I Cap II - Rete |
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Rete
Nel periodo successivo si registra il numero più alto di invenzioni e di scoperte della storia: il progresso diviene un fattore rapido ed ineluttabile. Prende il via la tendenza, grazie soprattutto all'opera di Hume, a spostare l'accento sull'interrelazione tra i vari ambiti del sapere e le sue parti costituenti, strutturando il sapere in una rete, in cui tutto è in relazione con tutto, mediante rapporti mobili e flessibili, mai presi come definitivi ma come più o meno probabili. Il mondo non poggia più su basi solide ed uniche, si scivola sempre più verso il relativismo, sia etico che metafisico. Una delle caratteristiche più importanti che ha preso le mosse in questo periodo è il fatto che si è sentita la necessità di evidenziare la dimensione storica che ha portato alla genesi dei vari concetti. Anche questa tendenza prende le mosse dal pensiero di Hume; questo tipo di approccio ha inoltre influenzato anche Darwin, che, come avremo modo di osservare più approfonditamente,1utilizza un metodo fondamentalmente storico, ed ebbe una forte influenza anche sul pensiero di Einstein, che fu fortemente influenzato sia da Hume che da Ernst Mach.2 Questo nuovo modo di interpretare, che tende a dare un ruolo molto importante alla storia ed al suo metodo, ha trovato in tempi più recenti applicazione grazie a Thomas Kuhn,3 che, soprattutto nella sua opera La struttura delle rivoluzioni scientifiche4, ha evidenziato come le scoperte scientifiche sono condizionate in maniera molto evidente da elementi di tipo storico. Per mezzo di questa nuova linea interpretativa, da un lato la scienza perde il carattere di necessità assoluta che siamo abituati a tributare alle sue leggi; dall'altro viene meno la possibilità di considerare il suo sviluppo come un semplice accrescimento.
Difatti mentre l'Illuminismo è stato il trionfo della linearità, della certezza che la storia, la scienza, ed i fatti sociali si potessero governare trovando una precisa relazione tra causa ed effetto, in questo periodo invece questa certezza in un progresso eterno viene minata alla base. Le interrelazioni tra gli eventi, la natura delle cose ed il concetto stesso di verità non sono più termini assoluti, ma riferibili ad una situazione particolare che può essere analizzata solo nel suo insieme. Il Sistema filosofico cessa semplicemente di esistere, sopraffatto dalla mole enorme di dati che non trovano uno spazio nel suo interno, e che mettono alla prova in continuazione le sue capacità di sintesi, logorandole e facendone vedere tutti i limiti. Adesso non sarà più un'idea “dall'alto” a guidare la ricerca ed il pensiero umani, bensì un processo induttivo a partire dai dati dell'esperienza e, soprattutto, da esperimenti scientifici.
Il dato interessante da notare è il ruolo dell'uomo, che diviene l'unico giudice e l'unica unità di misura in un universo in cui tutto è in relazione con tutto, ma al tempo stesso, per la sua natura probabilistica e non più assolutamente certa sfuma i contorni delle cose in maniera da non rendere più evidenti i limiti tra un ambito ed un altro. Si avverte in maniera più forte rispetto al passato il bisogno di collaborazione, per venire a capo di problemi oramai percepiti come troppo vasti per una mente sola: nascono gruppi, laboratori ed associazioni di studiosi sempre più vaste, fino ad arrivare ai macrolaboratori ed alle immense industrie dei giorni odierni. La consapevolezza dell'unicità dell'uomo e del suo ruolo ha portato a rivalutare il ruolo dell'intelligenza e del saper fare umani, da sempre al centro del sistema sociale, in una maniera differente: dopo aver percorso dapprima uno spazio dominato dalla vicinanza geografica ed aver dovuto sottostare ai concetti di prossimità e lontananza, e dopo averli parzialmente superati mediante l'apertura di mercati sempre più globali percorsi incessantemente da flussi di merci e di persone, adesso lo spazio di riferimento sembra essere quello del sapere e dell'informazione. Oramai ogni sforzo si orienta in quel senso, con l'aumento della velocità di evoluzione dei saperi, del numero di persone chiamate a partecipare e con la comparsa di nuovi strumenti. In particolare, grazie alla struttura a rete che sembra caratterizzare questo periodo si vede emergere piano piano una sorta di intelligenza collettiva, frutto del lavorio continuo di milioni di teste, nella quale si avverte l'urgenza di considerare non più le merci o il lavoro, bensì l'uomo stesso in quanto portatore di capacità e sapere, come fulcro del sistema produttivo ed informativo.5
Hume
David Hume nacque il 26 aprile 1711, figlio secondogenito di un ricco possidente di Ninewells, nella Scozia meridionale. Nella sua autobiografia egli dice: Assai presto io venni afferrato da una passione per la letteratura che diventò la passione dominante della mia vita e che è stata per me una sorgente copiosa di godimenti. La sua famiglia desiderava fare di lui un giurista, ma egli provava un' invincibile avversione per tutto ciò che non fosse filosofia ed erudizione. Il suo ideale era di condurre una vita tranquilla, nella quale egli potesse soddisfare le sue inclinazioni culturali e coltivare l'amicizia di pochi uomini eletti; ma nello stesso tempo voleva acquistarsi una fama con la sua attività letteraria. La sua opera principale, Saggio sulla natura umana, un tentativo di applicare il metodo empirico nel campo spirituale, apparve a Londra negli anni 1739-40, è ancora uno dei classici della filosofia, ma all'epoca non ebbe alcun successo. Nata morta fu ignorata dalla stampa e non raggiunse nemmeno l'onore di suscitare il mormorio dei fanatici.
Per Hume, tutte le scienze, comprese quelle dello spirito, hanno un determinato rapporto con la natura umana e con l'esperienza: con questo principio dà inizio ad un esame della conoscenza dal quale argomenta che dallo studio della natura umana si può ricavare il fondamento di ogni scienza umana, a patto che questo studio venga condotto secondo il metodo empirico, già impiegato con successo nella scienza della natura da Bacone, John Locke6 e Shaftesbury.7
Vale la pena di tentare se la scienza dell'uomo non comporti lo stesso rigore di cui si sono mostrate suscettibili molte parti della filosofia naturale. Pare che ci siano tutte le ragioni del mondo per immaginare che la si possa portare al massimo grado di esattezza. Se esaminando distinti fenomeni troviamo che si risolvono in un principio comune e possiamo ricondurre questo principio ad un altro, arriveremo infine a quei pochi principi semplici dai quali dipende tutto il resto.8
Tutte le nostre idee scaturiscono dalle sensazioni; le idee quindi non possono mai essere a priori; quindi quando esaminiamo la validità di un'idea, dobbiamo risalire a quale sensazione abbia prodotto quell' effetto. Nell'origine delle sensazioni, Hume vede un problema insolubile per la nostra conoscenza.9 L'istinto assume il ruolo di cemento dell'esperienza; è un'azione meccanica, della quale non riusciamo a comprendere tutti i passaggi, una serie di operazioni ripetute che non necessitano di ragionamento logico o di abitudine. Precede l'esperienza, che viene quindi organizzata da un elemento naturale, non da un misterioso principio razionale. La ragione viene considerata una forma elaboratissima di istinto, come una sorta di linea direttiva che può essere seguita oppure no. La domanda se esista o meno un mondo esterno è dunque una domanda posta in maniera errata: ci crediamo grazie all'istinto; la nostra credenza è giustificata perché trova fondamento nella natura umana. La sua filosofia è chiara, ma non semplice; è una scienza sistematica della natura umana di tipo empirico, che si divide in logica, morale, estetica e politica; il suo sforzo teorico è indirizzato ad evitare le grandi costruzioni metafisiche di tipo sistematico, lontane dell'uomo. Egli avvia un approfondito esame dei concetti che formavano il fondamento di tutta la filosofia anteriore, il concetto di sostanza ed il concetto di causa. Sul principio di causa o di ragione sufficiente poggiano il grande sistema dell'armonia di Leibniz e la meccanica di Newton: entrambi partivano dalla conformità alla ragione, dalla razionalità dell'esistenza, e presupponevano che il contenuto dell'esistenza fosse corrispondente alla nostra ragione.
Hume prese invece una strada completamente diversa, considerando il problema da un punto di vista puramente storico, evidenziando i nessi esclusivamente temporali che tengono insieme la relazione tra causa ed effetto, considerata come una relazione costante nel tempo di due eventi. E per l'esperienza non è valido, come invece in logica, il principio di non contraddizione: il sole può o meno sorgere, l'opposto di ogni cosa è concepibile, anche se magari poco probabile. Poco probabile proprio perché storicamente, nella nostra esperienza, un determinato evento si è sempre abbinato ad un altro. La natura umana ci porta a credere all'esistenza dell'ordine di natura, concepito come una sequenza di eventi costanti e regolari: il sole quindi sorgerà perché è sempre sorto. Il metodo che consente di costruire questo determinato stato di cose è quello proprio della storia, cioè ricostruire connessioni costanti di eventi (individuali) avvenuti nel passato. E basandoci su questa ricostruzione si può prevedere il futuro attraverso un'ipotesi generale del collegamento degli eventi, secondo un modello ipotetico-deduttivo di previsione del futuro. Ogni sequenza di eventi è probabile, non necessaria. La verità diviene un concetto completamente pragmatico e perde ogni carattere di necessità e di certezza.
L'ordine della natura è posto in diretto contatto con la causalità; le relazione degli eventi nello spazio e nel tempo sono costanti se abbiamo un antecedente ed un successore sempre costanti nella nostra esperienza. E questa continuità viene scoperta per mezzo di una analisi storica della connessione antecedente – successore: ogni evento viene sempre collegato ad una classe di eventi. Ogni conoscenza del futuro e la fede che in essa riponiamo è quindi una credenza giustificata della nostra ricostruzione dell'ordine della natura. Un miracolo è una interruzione dell'ordine conosciuto della natura, è possibile sebbene molto improbabile, e per accettarlo serve una testimonianza molto più forte del normale. In natura esistono solo fenomeni individuali, fondamenti unici dell'esperienza e più importanti dell'uniformità. La stessa mente umana è un insieme di eventi, un “fascio di percezioni”: non possiamo parlare né di sostanza mentale né di sostanza materiale, in quanto possiamo percepire solo la natura, non le essenze che dovrebbero essere alle sue spalle. La mente non è più considerata una cosa ma una funzione, un fascio di percezioni in continuo cambiamento sulla base dell'esperienza. La corrispondenza col mondo è basata sull'ordine della natura; non c'è bisogno di verità a a priori in quanto basta effettuare una verifica a posteriori a partire dalle induzioni. Sia per quanto riguarda l'esperienza che per la testimonianza, con il principio di somiglianza colleghiamo un evento atomico ad una classe di eventi, troviamo inferenze, formuliamo ipotesi, e proviamo le ipotesi. La fondazione dell'induzione è quindi il suo successo o meno nell'interpretazione del mondo.
Dal punto di vista politico, la filosofia di Hume si configura come un progetto culturale mirato alla costruzione di un buon cittadino senza ricorrere ad una base teologica. Si avverte una forte influenza dei classici della letteratura antica, da Cicerone a Seneca, e la loro tensione verso una società libera da tutte le pastoie di tipo religioso. L'interesse principale è l'uomo e le sue forme associative, interesse che si riflette nelle varie branche del suo speculare, nel suo odio per il medioevo e per la pratica dell'elemosina, o nello studio storico della natura umana per trovare basi solide alla società senza bisogno di ricorrere ad elementi dogmatici od aprioristici come invece avveniva generalmente all'epoca. Le risposte che trova Hume a questi problemi sono l'economia di mercato e la sua “mano caritatevole”10 ed in un rigore morale direttamente derivato dai classici latini. L'economia di mercato all'epoca era vista, come anche da Adam Smith11 e successivamente da David Ricardo,12 come una forza equilibratrice in grado di ovviare alla povertà tramite una migliore distribuzione della ricchezza; era considerata una risposta alle politiche assistenzialistiche o basate esclusivamente su aiuti ed elemosine che venivano portate avanti da istituzioni come la Chiesa, viste come un metodo per far permanere in uno stato di indigenza una fetta della popolazione che altrimenti avrebbe potuto diventare produttiva ed attiva, generando danni sia ai diretti interessari che alla società tutta. L'interesse veniva quindi focalizzato non tanto sul fattore economico quanto su quello umano, introducendo un concetto di sviluppo ed avanzamento del singolo, considerato come condizione di base dell'avanzamento di tutta la comunità. L'economia diventa così una sorta di ramo della morale, in grado di correggere gli squilibri derivanti da una distribuzione asimmetrica delle risorse per mezzo dell'impegno e dello sviluppo del singolo individuo.
Hume propone un interessante modello di conoscenza basato esclusivamente sull'esperienza, interpretato con un metodo storico. La prova ultima è la funzionalità, ed il criterio ultimo è l'esperienza. Dal punto di vista della condivisione questo implica una maggiore flessibilità, in quanto non ci sono contributi qualitativamente migliori di altri. Inoltre introdusse una teoria della fallibilità, e l' errore diventa una parte fondamentale della nostra conoscenza del mondo. La sua concezione della natura umana come derivabile dallo studio del comportamento nel tempo indica come, non essendoci nulla di a priopri o precostituito nella natura umana, tutto debba strutturarsi proprio a partire dai dati della natura che ci circonda; ed in ultima analisi anche i dati forniti tramite condivisione fanno parte di questa categoria. Il libero collaborare degli ingegni può esso stesso essere una forza creatrice di legami, di conoscenza ed in ultima analisi anche di cultura.
Proprio questo dato del suo pensiero, ovvero l'aver adottato un metodo totalmente diverso da quello dei suoi contemporanei ed improntato su caratteristiche di tipo storico, assieme alla sua critica dei ragionamenti induttivi in quanto fondati sulla credenza, psicologica e non razionale, nell’uniformità della natura e sulla assunzione della necessità del rapporto di causa-effetto, assiomi che risultano però essere indimostrabili, rappresentano i contributi principali che Hume ha consegnato nelle mani dei posteri, dando vita ad un filone di ricerche che tuttora gode di ottima salute. Infatti riusciamo a trovare una chiara influenza delle sue idee in parte dei filosofi e degli scienziati seguenti, con nomi del calibro di Darwin, che come Hume adottò un metodo storico, o come Einstein, che sempre da Hume mediò le sue concezioni sulla natura tanto da affermare: Tuttavia è delizioso da leggersi (Kant, NdR), sebbene non sia bello quanto il suo predecessore Hume, che fra l'altro era dotato di un istinto molto più sano13
Le rivoluzioni scientifiche Questo approccio di tipo storico utilizzato per la prima volta da Hume troverà un ulteriore sviluppo, a distanza di tempo, nella cosiddetta teoria delle rivoluzioni scientifiche, formulata per la prima volta da Thomas Kuhn nel 1962. Si tratta di un approccio che tiene conto dei fattori storici che sono intervenuti nella nascita e nella codifica della scienza come noi la conosciamo, processo che altrimenti corre il rischio di venire percepito esclusivamente come un indefinito progredire ed accumulare conoscenze senza traumi o rivolgimenti. In effetti, soprattutto attraverso la lettura dei manuali che contengono i fondamenti delle varie scienze particolari, la scienza sembra essere un processo fortemente antistorico, nel quale vengono semplicemente illustrati i processi corretti, tanto che lo sviluppo scientifico diventa così il processo frammentario nel corso del quale questi elementi sono stati aggiunti, singolarmente o a gruppi, al deposito sempre crescente che costituisce la tecnica e la conoscenza scientifica. E la storia della scienza diventa la disciplina che fa la cronaca sia di questi incrementi successivi, sia degli ostacoli che hanno reso difficile la loro accumulazione. 14 Secondo Kuhn invece la scienza procede anche attraverso periodiche rivoluzioni, e non solo per lento e progressivo accumulo di verità; inoltre le spiegazioni possono considerarsi tali solo se posizionate all'interno di una teoria più completa, di una vasta rete di interconnessioni. Si può osservare come normalmente la scienza cresca attorno a dei nuclei concettuali ritenuti fondamentali e riconosciuti come validi da tutta la comunità dei ricercatori. Questi prendono il nome di paradigmi, ed hanno le caratteristiche di essere sufficientemente nuovi per attrarre uno stabile nucleo di seguaci, distogliendoli da forme di attività scientifica contrastanti con essi; e nello stesso tempo, sufficientemente aperti da lasciare al gruppo di scienziati costituitosi su queste basi la possibilità di risolvere problemi di ogni genere.15 Questo modo di procedere è quello tipico della scienza definita come normale, che procede alla risoluzione dei problemi evidenziati dai propri paradigmi, in un processo, questo si, fortemente caratterizzato come accumulazione di sapere. In questa fase si può notare come non sia molto accentuata la tendenza a produrre novità fondamentali, sia concettuali che fattuali: i problemi vengono affrontati e risolti con lo stesso spirito con il quale si risolvono dei rompicapo, cioè seguendo delle regole condivise da tutti e, soprattutto, sapendo di dover ottenere come risultato qualcosa che comunque è già stato previsto dalla teoria stessa. Non si mira alla novità, bensì ad ottenere ciò che si è anticipato in modo nuovo. 16 Il movimento della scienza risulta quindi essere duplice: da un lato si assiste allo sviluppo di una scienza normale, basata su paradigmi condivisi, nella quale gli appartenenti alla comunità scientifica si impegnano a seguire le stesse regole e gli stessi modelli, generando una tradizione di ricerca che fornisce un criterio di scelta dei problemi ritenuti solubili e sceglie al contempo un metodo ritenuto valido per risolverli; dall'altro grazie ai problemi che rimangono irrisolti, o a dubbi e controversie sui paradigmi, o a nuove scoperte che non convalidano appieno la tradizione di ricerca corrente, si assiste alla nascita di spiegazioni alternative, che a seconda della loro capacità di spiegare anche gli altri fenomeni potranno o meno assurgere al ruolo di nuovi paradigmi soppiantando quelli preesistenti. Si assiste quindi ad un contrasto tra la cosiddetta scienza normale, una ricerca stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza nel passato e considerati dalla comunità scientifica come fondamento del sapere, che vengono cristallizzati in paradigmi, e le rivoluzioni scientifiche, caratterizzate da traumatici cambiamenti di quegli stessi fondamenti, causati da particolari momenti di crisi generati da anomalie riscontrate nelle teorie precedentemente accettate. L'effetto fondamentale delle rivoluzioni scientifiche consiste nella trasformazione della struttura concettuale attraverso la quale gli scienziati guardano al mondo: paradigmi differenti ci dicono cose differenti sugli oggetti che popolano l'universo e sul comportamento di tali oggetti:17 durante le rivoluzioni scientifiche, gli scienziati sembrano guardare con occhi nuovi a tutto ciò che li circonda: sperimentano nuovi approcci e nuovi strumenti, e vedono cose nuove anche quando osservano fenomeni già precedentemente analizzati. Inoltre, mentre durante la fase della scienza normale ha senso parlare di accrescimento delle conoscenze per mezzo di un processo cumulativo, questo è impossibile nella fase di transizione da un paradigma ad un altro, dato che si tratta di un tentativo di ricostruire su nuove basi attraverso un processo che va a modificare parecchi degli assunti principali del precedente modo di fare scienza. Questo farà sì che ci sarà una parziale sovrapposizione di problemi risolvibili ora con l'uno, ora con l'altro paradigma, e solo alla fine della transizione gli specialisti, avendo cominciato a considerare in maniera diversa il loro campo, torneranno ad una visione unitaria dei problemi e delle possibili soluzioni. Si può affermare che dopo una rivoluzione, gli scienziati reagiscono ad un mondo differente.18 La nascita di una nuova teoria non si può quindi considerare come una semplice aggiunta all'edificio del sapere, in quanto la modifica di uno o più paradigmi avrà influenze più o meno vaste su tutta la scienza presa nel suo insieme, e causerà delle ripercussioni più o meno vaste su tutto l'approccio ad una o più discipline. La nuova teoria implica un mutamento delle regole che governano la precedente prassi della scienza normale e perciò, inevitabilmente si ripercuote su gran parte del lavoro scientifico che essi hanno già compiuto con successo. Questa è la ragione per la quale una nuova teoria, per quanto specifica sia la sua sfera di applicazione, è raramente, o non lo è mai, soltanto una aggiunta a ciò che è già noto. La sua assimilazione richiede la ricostruzione della teoria precedente ed una nuova valutazione dei fatti precedentemente osservati, processo intrinsecamente rivoluzionario che raramente è condotto a termine da un unico uomo e che non può realizzarsi da un giorno all'altro.19 Corollario sociale: il cittadino
Quando il 26 agosto 1789 fu promulgata la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, si affermò per la prima volta che Gli uomini nascono e vivono liberi e uguali nei diritti: verrà garantita la libertà di parola, di opinione e di stampa, le leggi non potranno più avere valore retroattivo, ogni cittadino avrà diritto di accedere ai pubblici impieghi, e la proprietà privata sarà tutelata. Nonostante parecchi degli ideali della Rivoluzione rimangano pura utopia ancora oggi, l'importanza di questo passo nella storia politica recente è enorme: l'uomo viene adesso visto come un portatore di diritti fondamentali inalienabili. Diviene un cittadino, soggetto allo stato ed al governo ma anche, attraverso metodi partecipativi differenti da luogo a luogo, formulatore di quelle stesse leggi che dovrà poi rispettare. Entra quindi a far parte di un sistema più ampio e complesso di quelli precedenti, nel quale ha un ruolo attivo e vitale, e non in virtù di particolari meriti o per determinati requisiti, ma in quanto facente parte della razza umana. Per parafrasare autori ben più noti si potrebbe affermare che l'uomo esce dalla sua “minore età” per entrare in una fase in cui gode di diritti ed ha delle responsabilità: deve insomma badare a sé stesso senza obblighi né aiuti da parte dello stato.
La società, sia politica che civile, acquista una flessibilità mai vista prima, ed acquistano sempre maggiore importanza i legami ed i rapporti di un elemento con gli altri che fanno parte dello stesso ambiente. Si instaura una forte interdipendenza tra cose, persone ed eventi, che oramai si “causano” e si giustificano in continuazione. La realtà si viene a configurare come un'enorme rete che avvolge e collega tutto ciò che ne fa parte, generando una mole enorme di dati che derivano esclusivamente da queste relazioni. Anche lo spazio comincia a venire concepito in maniera diversa, in quanto prima diviene il luogo dove vengono effettuati degli scambi di merci, e successivamente diventerà, ai giorni nostri, lo spazio delle informazioni, nuovo valore aggiunto della nostra civiltà.20 1Vedi Parte II Cap II Metodo 2Turas, Moravia 1838 - Haar, Baviera 1916 3Cincinnati 1922 - Cambridge 1996 4Kuhn, T. S. La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Einaudi, Torino 1999 5Vedi Levy, P. L'intelligenza collettiva: Per un'antropologia del cyberspazio, 1996 6Wrington 1632 - Oates 1704 7Shaftesbury, Anthony Ashley Cooper (Londra 1671- Napoli 1713) 8Hume, D. Estratto del trattato sulla natura umana, in Opere a c. di E. Lecaldano e E. Mistratta, Bari 1971, vol I p. 671 – contenuto in Paolo Casini, Scienza, utopia e progresso Profilo dell'illuminismo, 1994 9Vedi Hume, D. Trattato sulla natura umana, I, 3, 5; II, 1, 1 10Vedi Smith, La ricchezza delle nazioni 11Kirkcaldy 1723 - Edimburgo 1790 12Londra 1772 - Gatcomb Park, Gloucestershire 1823 13Lettera senza data, circa il 1918, indirizzata a Max Born. In Einstein, A. Born, M. Scienza e vita, lettere 1916 – 1955 14Kuhn, T. S. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, 1962. Pag 20 15Kuhn, T. S. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, 1962. Pag 29 16Kuhn, T. S. Op. Cit. Pag 57 17Kuhn, T. S. Op. Cit. Pag 131 18Kuhn, T. S. Op. Cit. Pag 139 19Kuhn, T. S. Op. Cit. Pag 25 20Vedi Levy, P. L'intelligenza collettiva: Per un'antropologia del cyberspazio, 1996. |
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