| Parte I Cap I - I presupposti condivisi |
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Capitolo I I presupposti condivisi
Certi autori, parlando delle loro opere, dicono: “il mio libro”. Farebbero meglio a dire “il nostro libro”, visto che per solito vi è più della farina d'altri che della loro B. Pascal, Pensieri. Grazie ai concetti di mappa, scala e rete ci è quindi possibile strutturare il sapere in modo da poter esporre in maniera organica le nostre conoscenze, rendendole al contempo condivisibili con altri studiosi. Ma per far sì che ci sia qualcosa da condividere, non è possibile prescindere da tutti quei simbolismi che fanno da base alla possibilità stessa che abbiamo di poter comunicare qualcosa ai nostri simili. Di questa categoria fanno parte il linguaggio con la sua ulteriore astrazione, la scrittura, e tutti quei simbolismi di tipo matematico che ci consentono di operare sulle quantità senza averle fisicamente sottomano. Questi linguaggi ci mettono materialmente a disposizione qualcosa da comunicare, permettendoci di superare grazie ad una convenzione la barriera tra noi e l'altro, o, nel caso della scrittura, permettendoci di superare anche limiti spaziali e temporali, in virtù del fatto che il messaggio scritto è in grado di portare avanti il messaggio che contiene anche in nostra assenza, ed anche ad una certa distanza, determinata solo dalla fortuna e dalle possibilità di spostamento. Simbolismi Oltre a mappa, scala e rete ci sono quindi altri costrutti puramente intellettuali che condizionano fortemente la trasmissione e la condivisione del sapere. Si tratta quindi di particolari convenzioni, condivise da tutti, che ci consentono di formalizzare ed esprimere in maniera universale i vari fenomeni che ci troviamo ad esperire, sia nel corso della vita di tutti i giorni che nel caso di esperimenti scientifici.
Un simbolo rappresenta per tutti la stessa idea, e soprattutto preclude la possibilità di effettuare manipolazioni degli stessi se non seguendo precise leggi stabilite in precedenza e condivise universalmente. Probabilmente ogni spiegazione della nascita del simbolo è destinata a scontrarsi con la mancanza di dati storici al riguardo che non siano esclusivamente indiziali. Rimane comunque il fatto che la nostra vita è fortemente improntata su simboli e su ciò che ha dato loro origine, l'astrazione, al punto che, tanto per l'uomo di Neanderthal quando dipingeva scene propiziatorie sulle pareti della sua grotta, o per noi per fare una partita a carte, è difficile farne a meno.
Inoltre, tutto il nostro sapere si basa su dei presupposti che stanno alla base non solo del sapere stesso ma del nostro modo peculiare di rapportarci col mondo, di conoscerlo e di interagire con esso. Alcuni di essi, come la scrittura, sono oggi talmente ovvi e scontati da non generare piu nessuna riflessione mentre li usiamo, mentre altri, come potrebbe essere per esempio la teoria degli insiemi, richiedono un bagaglio di conoscenze specifiche che non è posseduto da tutti. In entrambi i casi si assiste ad un utilizzo pragmatico di un raffinato metodo di astrazione e formalizzazione di determinati concetti ritenuti utili e significanti da una comunità più o meno vasta di persone, nella fattispecie dell'intero genere umano con facoltà di scrittura o della comunità matematica mondiale. Quello che rende possibile l'utilizzo di questi simbolismi è, ancora una volta, la condivisione di determinati presupposti e dei risultati che legittimamente vengono tratti da essi secondo determinate, precise regole che fanno parte del simbolismo stesso.
Scrittura
L'invenzione e la diffusione della scrittura ha avuto una tale importanza e tali ripercussioni sull'uomo da essere universalmente riconosciuta come il punto di inizio della storia umana. La scrittura consente, tramite l'utilizzo di segni comprensibili sulla base di una convenzione stipulata precedentemente da tutti coloro che ne fanno utilizzo, la rappresentazione grafica del concreto e dell'astratto. La scrittura primitiva constava di segni che evocavano idee, graffiti e poi ideogrammi, dal greco "Ideogràmma", pensiero-parola e, come ogni altra conquista umana che affonda le sue origini nella notte dei tempi, è ammantata di misteri e di miti. Diodoro,1 per chiarire la sua origine e la sua discendenza divina, scrive: Sono opera di Ermes l'articolazione del linguaggio comune, la denominazione di molti oggetti fino ad allora privi di nome, la scoperta dell'alfabeto e l'organizzazione dei rituali pertinenti agli onori e ai sacrifici divini. Egli fu il primo ad osservare l'ordinata disposizione degli astri e l'armonia dei suoni musicali secondo la loro natura; fu l'inventore della palestra e rivolse le sue cure allo sviluppo ritmico del corpo umano. 2 Anche nel racconto giudaico-cristiano della creazione, avvenuta con una parola, o nella ricerca spasmodica attraverso la Cabala della Torah originaria e del vero nome di Dio riflettono la considerazione estrema che avevano le antiche popolazioni verso la scrittura, ritenuta uno strumento magico di comunicazione non solo tra gli uomini, ma anche una porta verso il divino. La nascita della scrittura è subordinata alla presenza di un alfabeto. Proprio grazie ad un alfabeto è stato possibile quindi uscire dalle congetture storiografiche per arrivare in una fase in cui è possibile sentir “parlare” direttamente coloro che ci hanno preceduto: è insomma iniziato il flusso della condivisione della conoscenza. L'alfabeto è un fortissimo elemento di formalizzazione, e come tale richiede una forte astrazione: ogni simbolo richiama un concetto (scrittura ideogrammatica) o un fonema (scrittura fonetica) e non più la rappresentazione grafica di un evento, avvenuto o auspicabile, come invece avveniva nella fase dei graffiti rupestri. Inoltre, grazie all'utilizzo di vari tipi di supporti più o meno trasportabili (lastre di roccia, tavolette, pergamena o carta), viene resa possibile una condivisione a distanza del contenuto, sia nel tempo, indirizzandola ai posteri, sia nello spazio, rendendo possibile scambiare conoscenze con popolazioni distanti. L'unico requisito richiesto è la conoscenza di quel particolare alfabeto. Nasce così la divisione tra popolazione alfabetizzata e no, e conseguentemente tutta una serie di ripartizioni del potere basata sulla conoscenza, con la creazione di “caste” composte da persone che si tramandano l'accesso al sapere ed alla conoscenza grazie alla loro padronanza sul mezzo tecnico. Un ulteriore problema nato assieme all'alfabeto è la possibilità di passare i contenuti da un alfabeto ad un altro senza causare perdite di contenuti. Ogni popolazione, infatti, ha formalizzato il suo alfabeto sulla base delle proprie conoscenze ed inclinazioni, tanto che ci ritroviamo di fronte a diversi alfabeti basati su diversi approcci sia al sapere che alla sua condivisione. Ancora oggi coesistono esempi di alfabeto ideogrammatico (giapponese, cinese) con diversi tipi di alfabeti fonetici (cirillico, arabo e latino), creando notevoli problemi di comprensione tra una cultura e l'altra.
La grammatica detta le regole e la possibilità di articolare parole e concetti in maniera corretta, e rappresenta un ulteriore elemento di astrazione e codificazione della conoscenza che imprime una sua traccia totalmente distinta dal contenuto, come è evidente con le cosiddette espressioni idiomatiche, impossibili da tradurre letteralmente perché legate in maniera profonda alla cultura ed alla grammatica di un popolo. La grammatica rappresenta le regole intrinseche dell'articolazione del discorso, riflettendo da un lato le consuetudini del popolo che l'ha generata, dall'altro ponendosi come limite a ciò che è possibile esprimere correttamente con quel linguaggio. Si tratta comunque di una struttura flessibile e plastica, tanto che tende a cambiare vistosamente nel corso del tempo, generando nuove entità linguistiche o trasformando continuamente il modo di scrivere e di parlare della comunità che l'ha adottata. Questa caratteristica sembra derivare direttamente dal desiderio di descrivere con sempre maggior posizione le varie situazioni che nel corso del tempo si possono presentare, comprese le variazioni di sentire e conoscere che si generano con il tempo o con l'incremento del volume della conoscenza. Le differenze sono evidenti sia nel tempo che nello spazio, consentendoci di individuare specifiche aree nelle quali determinati concetti assumono maggiore o minore importanza a seconda delle inclinazioni e dei gusti di un'epoca, di una comunità o di un luogo.
Non tutti gli alfabeti furono però pensati come strumenti di condivisione. In alcuni casi particolari, l'alfabeto veniva selezionato in modo da escludere coloro i quali non erano ritenuti degni, per estrazione o per educazione, di accedere al contenuto che racchiudeva. Gli esempi più importanti di questo genere di alfabeto sono l'alfabeto speculare di Leonardo da Vinci,3 concepito come espediente per evitare furti di conoscenza da parte di altri studiosi, o le rotule crittatorie dell'abate Giovanni Tritemio,4 che hanno fornito la base per i più moderni sistemi di crittografia e protezione delle informazioni, come è stato il famoso Codice Enigma nella Seconda Guerra Mondiale, o le più moderne chiavi di crittografia utilizzate in tutti i sistemi di sicurezza informatica.
Geometria
Fortemente legata al mondo fisico, la geometria rappresenta un tentativo di descrivere in modo oggettivo e formale la realtà. Secondo la nostra tradizione, nacque in Egitto nel tentativo di opporsi alla forza delle acque del Nilo, che cancellavano ogni anno i confini tra i vari poderi; in Grecia5 invece diventò uno studio a priori che scaturisce da premesse evidenti dalle quali era possibile giungere a conclusioni certe ed indubitabili, senza richiedere verifiche sperimentali.
Per esempio Eratostene,6 anche se in modo piuttosto rudimentale, calcolò la circonferenza della Terra in modo molto preciso, addirittura migliore delle stime effettuate da Colombo. Interessanti sono anche le vicende del filosofo Talete,7 che oltre a calcolare l' altezza delle piramidi sfruttando l' ombra da esse proiettata, diede vita al famoso teorema che porta il suo nome e che dice che un fascio di rette parallele determina su due trasversali insiemi di segmenti proporzionali. Anche Pitagora8 ed Archimede9 dettero grandi contributi alla geometria. Tutte queste influenze e contributi diedero luogo, nel tempo, alla cosiddetta geometria euclidea, che tuttora rappresenta tuttora la forma di geometria più studiata, e la più “intuitiva”. Formata di assiomi e teoremi, ha dominato per millenni la concezione dello spazio che ci circonda, rendendoci pressoché scontata l'esistenza di piani, punti, rette e figure geometriche. Con Cartesio10 la geometria si dotò di un ulteriore strumento di codificazione e calcolo, i cosiddetti assi cartesiani, che danno la possibilità di definire un sistema univoco di coordinate, e che resero possibile mettere in relazione lo spazio con il tempo nei computi, divenendo così uno strumento indispensabile nella scienza, e nella fisica in particolar modo.
In tempi decisamente più vicini sono state formalizzate nuove geometrie, che partono da presupposti e da assiomi completamente diversi, le cosiddette geometrie non euclidee. Queste si sono rivelate molto utili nell'analizzare l'universo fisico che ci circonda: per esempio, per la geometria euclidea è impossibile dare una descrizione precisa delle figure formate sul globo terrestre dall'intersezione di meridiani e paralleli, dove si formano triangoli provvisiti di due o tre angoli retti, poligoni con una somma degli angoli interni di molto superiore a quanto previsto sul piano eculideo, e rette curve. Proprio l'esistenza di queste linee curve con caratteristiche identiche a quelle della retta, cioè con la proprietà di essere il percorso più breve tra due punti determinati su quel piano, ha assunto una grande importanza in fisica: non essendo più possibile riferirsi esclusivamente allo spazio euclideo, i percorsi dei vari corpi in moto dovranno necessariamente seguire una di queste linee, dette geodetiche. E questo implica che parecchie delle proprietà derivate tramite gli assiomi della geometria classica possono non valere, mentre proprietà insospettate possono emergere come vere secondo i dettami di geometrie di altri tipi che tengono maggiormente conto delle caratteristiche morfologiche dello spazio esaminato.
Questo modo di procedere ha fatto sì che la fisica e la geometria divenissero scienze molto affini, rendendo possibile la derivazione di principi quasi indifferentemente dall'una e dall'altra; inoltre, cambiando geometria di riferimento vengono a cambiare anche le proprietà e gli enti descrivibili nella fisica. Queso però non sta a significare che sia il mondo fisico a cambiare, bensì che esistono svariati modi di enunciare le stesse proprietà e caratteristiche, che a seconda del punto di osservazione possono assumere formulazioni alquanto differenti. La teoria della relatività si trova appunto in questa situazione, in quanto descrive la realtà secondo molteplici punti di riferimento, avendo scardinato le poche, ultime certezze che avevamo sull'univocità di spazio e tempo.11
Matematica
Con l'introduzione del numero e della matematica l' umanità si è dotata di un altro potentissimo strumento simbolico di astrazione dalla realtà. Il numero nasce strettamente legato alle cose ed utilizzato soprattutto per scopi pratici, come per contare i propri possedimenti, per calcolare i giorni del calendario o per commerciare più efficientemente. La storia dei numeri è legata a doppia mandata alla cultura araba ed in particolare alla città di Baghdad, sede della Casa della Saggezza, che nel VII Sec d.C. divenne uno dei centri della cultura mondiale. Il modo di scrivere i numeri odierno è nato lì nell' 830 d.C. grazie ad Al Khowarizmi, che con l'opera L' Algebra introdusse la notazione matematica come ancora oggi la utilizziamo, anche se con simboli grafici leggermente diversi. Ebbe una enorme fortuna tra i commercianti, ma a Firenze ed Anversa venne vietata perché più facilmente falsificabile12
La matematica cominciò a diventare astratta, ed ad accantonare il suo rapporto con gli enti fisici naturali, grazie all'introduzione di un concetto particolarmente fortunato, lo zero, importato dai commercianti arabi che erano venuti in contatto con gli indiani. L'idea di un numero non collegato ad una quantità fisica ben determinata ebbe un notevole impatto sul modo di scrivere e considerare i numeri dell'epoca. Lo zero cominciò a circolare nell' 800: non si trattava di una novità assoluta, visto che i babilonesi lo usavano, anche se in maniera molto limitata13 dal 200 a C. L'introduzione dello 0 consentì un sistema molto più flessibile, ma soprattutto rese possibile separare il concetto di numero da quello di oggetto, dando finalmente il via ad una sempre maggiore astrazione delle matematiche, fino a portare al concetto di infinito ed al definitivo distacco dal campo della realtà materiale. L'evento che causò l'introduzione dello 0 in Europa è però politico, non culturale: nel 1085 il mondo cristiano riconquista Toledo con Alfonso I de Leon, ed i cattolici hanno finalmente la possibilità di accedere alla cultura araba. Vengono stampati libri quali Carmen de algorismo14 di Alexander de Villadei15 o l' Algurismus vulgaris di John Halifax.16 Diventeranno in breve testi fondamentali in ogni Università. I primi documenti ufficiali vengono prodotti in Spagna nel 976, nel 1077 lo 0 fa la sua comparsa in alcuni documenti vaticani: nel 1375 circa aveva conquistato tutta l'Europa, a parte alcune sacche di resistenza di commercianti ancora fedeli alla vecchia notazione.
La matematica venne studiata prevalentemente come scienza astratta, che per sua natura non poteva essere applicata all'analisi dei fenomeni naturali. La sua utilizzazione era per lo più limitata a quegli ambiti nei quali si faceva riferimento a rapporti puramente ideali (come nella musica) o ad una sostanza per definizione incorruttibile e dotata di movimenti uniformi (come nell' astronomia aristotelica). Quando veniva applicata alla natura essa aveva la funzione di evidenziare una struttura metafisica soprasensibile, che andava al di là del fenomeno naturale. Nella scienza moderna la matematica diventa invece uno strumento metodologico per quantificare i fenomeni naturali come oggetti specifici della ricerca scientifica. Si entra quindi nel regno della quantificabilità, del misurabile e dell' “oggettivo”, tralasciando quella visione qualitativa, basata su forme ed essenze, che tanto aveva dato al mondo della cultura ma che aveva poi inevitabilmente mostrato i suoi limiti.
Logica
La logica è una disciplina antichissima, nata quasi contemporaneamente all' astronomia ed alla matematica. Nel corso dei secoli ha avuto impostazioni ed obiettivi molto diversi, anche se principalmente si occupava dello studio, o la codifica, dei ragionamenti corretti, o accettabili, o sicuri. Non è di per sé un simbolismo, bensì rappresenta le “regole grammaticali” secondo le quali i vari simboli che corrispondono ai vocaboli vanno ad interagire tra di loro. E' una sorta di metodo automatico per predire delle conclusioni da un insieme di premesse. Indica principalmente una forma di linguaggio “artificiale” che, tramite un maggiore formalismo ed una scarsa intuitività rispetto al cosiddetto “linguaggio naturale”, elimina tutti i problemi connessi con l'utilizzo di un linguaggio naturale, come le ambiguità nei riferimenti agli oggetti del mondo reale, le sfumature concettuali ed ogni problema di traduzione e di passaggio da un linguaggio ad un altro. La logica è spesso entrata in contatto con altre discipline, prendendo da esse caratteristiche e motivazioni; ha preso dalla metafisica quando si tentava di cogliere col pensiero le determinazioni necessarie dell'essere, dalla psicologia quando si pensò di studiare o catalogare le leggi del pensiero, dalla retorica politica quando si insegnava a vincere le dispute verbali: è stata quindi a seconda della fase storica e dei postulati di base sia una disciplina descrittiva che normativa. Tali oscillazioni si manifestano nell'accezione che di volta in volta è stata data ai concetti fondamentali, sempre presenti come parole, in ogni forma storica della disciplina: conseguenza necessaria, inferenza, dimostrazione, argomento valido. La spiegazione di questi concetti ha spaziato dalla definizione di relazioni causali tra fatti reali ai legami di associazione tra pensieri, ai rapporti tra frasi del linguaggio.
E' possibile effettuare un divisione della logica in tre parti: la simbolica, che analizza linguaggi con un contenuto ben preciso, conseguenza di una sintassi molto rigorosa; oppure la logica formale, nella quale i linguaggi presi in esame non hanno un contenuto di nessun tipo ed hanno rilevanza solo le regole di interconnessione; oppure la logica matematica, nella quale si studiano i vari problemi connessi con la logica attraverso l'analisi delle proprietà di determinate strutture matematiche prese a modello.
La cultura della condivisione
Oltre a convenzioni “strumentali” quali possono essere gli alfabeti o la matematica, per esistere, la condivisione della conoscenza ha bisogno di ulteriori convenzioni, forme e metodi in grado di sviluppare le possibilità di circolazione del sapere stesso. Deve, insomma, porre una maggiore attenzione alle interrelazioni tra persone e tra idee, oltre che al loro contenuto: in questo tipo di discorso infatti le relazioni potrebbero generare esse stesse conoscenza. Come in un puzzle, solo dopo aver messo insieme quanti più pezzi possibile si comincia ad intravedere qualcosa del disegno, così la possibilità di interscambio di pensieri ed esperienze permette di raccogliere e rendere operativi in una teoria frammenti di conoscenza che altrimenti sarebbero rimasti inutilizzati nella testa di studiosi in grado di vedere e di risolvere, da soli, solo una parte del problema.
La condivisione della conoscenza deve quindi avere alla sua base anche una cultura della condivisione, che renda possibile il reale interscambio di conoscenze tra una persona ed un'altra. C'è bisogno di specifiche convenzioni e metodi di lavoro che rendano possibile e pacifico questo scambio. Vengono condivise le regole e vengono condivisi i significati, in un processo collaborativo continuo. Infatti, qualora non vi fossero questi presupposti non si avrebbe una reale condivisione, bensì varie forme di plagio e furto di idee.
Possiamo definire la condivisione come uno scambio di conoscenze, generalmente nell'ottica di un loro incremento o di un utilizzo in una nuova opera. Questo stato di cose implica due importanti conseguenze: il sapere si struttura in maniera diversa non solo per la sua forma ma proprio in quanto entità non più soggetta ai vincoli classici della proprietà;17 inoltre è necessaria una comunità in grado di attuare azioni in grado di rendere operativa questa condivisione.
La cultura della condivisione fa riferimento ad una particolare comunità, quella dei ricercatori, che la utilizza per velocizzare l'aumento di conoscenze e, nel complesso, per effettuare ricerche nella maniera più efficace e rapida possibile. Un'altra comunità nella quale la cultura della condivisione ha posto solide radici è quella che ruota intorno al mondo di internet e del cosiddetto software libero, generalmente definita la comunità hacker. Costoro hanno sviluppato tutta una serie di procedimenti e convenzioni relative alla condivisione dei contenuti, tanto che non è azzardato parlare di una matura ed autentica cultura della condivisione. Il fenomeno verrà ampiamente esaminato in seguito.18
I limiti della condivisione
Come ogni costruzione umana che perdura nel tempo, anche la filosofia e la scienza hanno stratificato le loro conoscenze in un corpo unitario. Questa struttura è costituita sia da nuclei concettuali o paradigmi ritenuti certi, sia da linee di ricerca preferenziali e metodi ritenuti appropriati per risolverli. Ogni cosa trova quindi il suo posto, e può venir facilmente etichettata sotto una categoria ben precisa, avendo alle spalle il supporto e l'aiuto di tutta la schiera di ricercatori che si occupano di quel particolare ambito. La condivisione di regole, metodi ed assiomi ha una parte vitale nella trasmissione della conoscenza da individuo ad individuo prima, e nella fase successiva della ricerca di nuove conoscenze poi, perché consente di non dover ridefinire ogni volta i canoni della disciplina che si sta analizzando, con in più l'onere di dover spiegare e giustificare la nuova impostazione al proprio pubblico. Le regole del gioco sono chiare e ben definite fin dall'inizio, e sono accettate da tutti in quanto vere ed indubitabili; vengono considerate verità di cui non è necessaria una dimostrazione e tramandate alle generazioni successive tramite l'insegnamento.
Ma questo modo di fare, se da un lato dona continuità e velocità al lavoro, sia pedagogico che di ricerca attiva, dall'altro espone al rischio di sottovalutare pericolosamente i limiti insiti nel considerare indubitabili le basi sulle quali fondare la conoscenza. Infatti, qualora si rendesse necessaria una modifica od un aggiustamento dei principi generali, ben pochi sentiranno il bisogno di sottoporre a discussione i principi, e l'intero sapere con loro, preferendo piuttosto ritoccare teorie collaterali, al fine di preservare quegli stessi principi che fanno da fondamenta all'intero edificio del sapere.
Si trovò in questa situazione Cartesio, quando scrisse:
Mi convinsi però che per le opinioni che avevo fino allora accettate non potevo fare di meglio che accettare una buona volta a eliminarle tutte, per metterne poi al loro posto altre migliori, o anche le stesse, una volta che le avessi rese conformi a ragione. E credetti fermamente che in questo modo sarei riuscito a condurre la mia vita molto meglio che se avessi costruito solo sulle antiche fondamenta, o mi fossi soltanto affidato ai princìpi dei quali mi ero lasciato convincere da giovane, senza averne mai accertata la verità.19
L'unica strada percorribile è quella di sottoporre a verifiche continue ed approfondite quei concetti sui quali si basa il sistema, in modo da poter subito porre rimedio in caso di scoperte che contrastano con ciò che è già conosciuto, valutando caso per caso l'opportunità di cambiare qualcosa nelle basi o nelle conseguenze della scienza in esame. Per effettuare sia questi controlli che le correzioni però è necessario essere liberi da pregiudizi concettuali che potrebbero sviare l'attenzione degli studiosi da quanto è in discussione verso non meglio identificate preoccupazioni che di scientifico hanno ben poco, come è stato, per esempio nel caso della teoria copernicana, ritenuta per lungo tempo non accettabile perché non preservava la verità letterale delle Sacre Scritture. Un altro caso famoso di questo genere è da riferire, anche se senza l'apporto diretto dell'interessato, ad Aristotele, diventato dopo la sua morte un' icona intoccabile, una personificazione della verità impossibile da contraddire, quantomeno senza incorrere nelle sanzioni morali, se non fisiche, comminate dalla comunità dei filosofi.
Questo modo di procedere limita fortemente le possibilità di approfondimento e di avanzamento in qualunque campo del sapere venga applicata, anche se è possibile che nell'immediato, limitando le ricerche ad un ambito ben più ristretto dell'intero universo, favorisca nuove scoperte e nuove applicazioni. Ma senza fondamenta solide nulla può crescere oltre una certa altezza; se per di più non sono state assolutamente previste delle alternative, certi di seguire l'unica strada possibile o per compiacere le più svariate autorità, il tracollo può anche essere lontano, ma è inevitabile, in quanto viene meno il principio che dà vita alla scienza, cioè l'osservazione di fatti che permettano all'osservatore di scoprire leggi generali in grado di governare tutti i fatti della stessa specie di quelli osservati. Osservazione che sarà tanto più fruttuosa quanto sarà scevra di preconcetti ed altri elementi che possano indirizzarla verso strade differenti dalle altre solo per il gradimento che ha verso di esse lo sperimentatore. Il maggior profitto che ne traevo, vedendo parecchie cose che pur apparendoci molto stravaganti e ridicole vengono tuttavia comunemente accolte e approvate da altri grandi popoli, era quello di non credere con troppa sicurezza a tutto ciò di cui mi avevano convinto solo con l'esempio e con l'uso; così mi liberai a poco a poco di molti errori che possono oscurare il nostro lume naturale, e renderci meno capaci di intendere ragione. 20 1Diodoro Siculo (Agirio, Sicilia 80 a.C. - ? 20 a.C.) 2Diodoro, Biblioteca Storica, libro I, pag. 15-16 3Firenze 1452 - Castello di Cloux, Amboise 1519 41462-1516 5I greci osservarono il mondo da poeti più che da scienziati, in parte, credo, perché tutte le attività manuali erano tenute in dispregio, così che ogni studio che richiedeva un esperimento sembrava un tantino volgare – Russell, B. La visione scientifica del mondo, 1931, pag 13 6 280 - 200 a.C 7Mileto 626 ca. - 548 ca. a.C. 8Samo 575 ca. - Metaponto 490 ca. a.C. 9Siracusa 287-212 a.C. 10René Descartes, noto anche con il nome latinizzato di Cartesius, in italiano Cartesio (La Haye, Francia, 31 marzo 1596 - Stoccolma, Svezia, 11 febbraio 1650) 11Per ulteriori delucidazioni vedi Parte II Cap. II Par. Relatività 12Nella notazione Romana era consuetudine aggiungere alla fine del numero un segno di chiusura, che era la j; per esempio LXj. Quindi, un numero finiva sempre con quel simbolo, ed era impossibile aggiungere o togliere cifre senza rendere evidente la truffa. 13Lo 0 veniva infatti utilizzato come marcatore di posizione ma non per l'accrescimento della grandezza del numero. 14Pubblicato nel 1220, consta di ben 284 righe 151170-1250 16Pseudonimo di Sacrobosco (? - 1256), noto anche come John of Holywood e Johannes de Sacre Bosco 17Vedi Parte III Cap. I Par. Copyright 18Vedi Parte III Cap. I e II 19Cartesio, R. Metodo, in Opere filosofiche vol I, pag. 300 20Cartesio, R. Op. Cit. pag. 297 |
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