Per chi suona

La serie dei rintocchi è infinita: 309. In un silenzio irreale, in una piazza baciata da lacrime di fuoco. Tra migliaia di persone, immobili ed in silenzio.
E prima si leggono i nomi, tutti.
Non ho mai trovato il coraggio di leggerla, la lista dei nomi, ed ogni anno la ascolto in piazza come se fosse la prima volta. Ed ogni volta mi sento molto confusa nel non sentir pronunciare anche il mio, di nome. Perché mi vedo riflessa in ognuno di quei nomi senza volto che riempiono la piazza di rintocchi, ed in quel lunghissimo momento tra un rintocco ed un altro non riesco a sentire come reale la differenza tra il mio stato ed il loro.
Il nostro.

La prima metà

Di due metà identiche qual è la prima? Quella che scartiamo o quella che tratteniamo? Vale di più la prima ad andarsene o quella che rimane? Domanda interessante, dal mio punto di vista attuale, essendo rimasta con esattamente la metà di forze e peso di quanto mi ha sostenuto finora. L’originale, insomma, vive e lotta con noi o è andato disperso chissà dove, nelle pieghe di magrolandia?
Ah, potessi riaver subito i miei amati chiletti. Soprattutto quei 4 o 5 di troppo: il futile è indispensabile, sempre.

Up to date

Prima dell’esplosione definitiva, e con procedura manuale (di wordpress, ok… non dovrei tirarmela così), sudando si ma freddo…. Insomma, mi sono finalmente decisa a fare manutenzione tecnica + riassortimento dell’intera infrastruttura. Al solito, adesso tocca vedere se ricomincerò anche a scrivere, ma i passi avanti son sempre un buon segnale, anche se il burrone non è mai correttamente indicato.

Adesso, nella lista delle cose da fare, un passo sotto a “non impazzire” e “scuoiarsi vive non è comunque una soluzione anti-caldo” c’è la temutissima “organizza contenuti e materiali seguendo una qualunque tassonomia che risulti chiara almeno a te stessa anche dopo un mese”.

Comunque si, lo so: anche questo non vale come post, e va sotto la categoria “pippe autoreferenziali scritte solo per non dover ammettere di non aver ancora ricominciato a scrivere” E nella tassonomia di cui sopra, come nella vita, conta solo alla voce “zavorra”. Add new tag. Forse sto guarendo…

Sostenuti & sostenitori

Relazione finale della SSIS-SOS: ovvero il momento preciso in cui ho cominciato ad adorare il mio lavoro, e perché…

Dopo un anno di corsi, tirocini, laboratori è giunto finalmente il momento di trarre le conclusioni anche di questo nuovo percorso formativo. Dopo l’università, dopo la formazione specifica per l’insegnamento, dopo le varie esperienze “sul campo”, con questo corso di specializzazione ho avuto modo di toccare con mano le tematiche relative alla formazione rivolta a quegli alunni che, per un motivo o per un altro, hanno esigenze particolari. Mentre la SSIS ha un’impostazione didattica diretta a quelli che secondo il comune sentire vengono definiti “normodotati”, questa esperienza mi ha portato a confrontarmi con quelli che per tutti sono i “diversi” in qualche tratto.
Confrontare l’impostazione e la cornice teorica dell’integrazione come intesa fin troppo spesso solo a parole con la realtà fatta di discriminazioni che possono arrivare fino ad una vera e propria segregazione di chi è diverso in qualcosa fa però da contraltare a quanto studiato sui libri.
Ad un impegno profuso, o preteso, in campo didattico ed accademico si contrappone un mondo di concorrenti sullo sfondo di una crisi permanente, ora dei valori, ora economica, in futuro chissà. Un mondo precario che si basa su regole rigide di esclusione, un’umanità fatta di infinite sfumature e differenze che però pretende di tagliare i confini col coltello, e di stabilire con metodi antichi chi può fare che cosa ed in che tempi. Finché a parole si continua a parlare di integrazione ed il contesto invece rema verso una iper-selettività che esclude fasce sempre più ampie della popolazione da settori sempre più ampi, a partire da quello lavorativo, parlare di integrazione e limitarla alla sola scolarizzazione, peggio ancora se intesa solo come raggiungimento di un diploma, può sembrare un controsenso. La distanza enorme che separa il mondo del lavoro da quello dell’istruzione risulta essere ancora superiore in questa particolare situazione.
Nella varietà immensa che costituisce il senso e l’orizzonte di questa nostra umanità, nel calderone di colori, lingue e culture che costituiscono la nostra fin troppo a parole multietnica società, che nella pratica si traduce invece troppo spesso in pratiche discriminatorie… In questo mondo solidale e discriminante al tempo stesso, essere deboli e diversi è sempre un marchio d’infamia. Anche se non fa piacere a nessuna delle due parti in gioco dirlo troppo in giro.
Ma mentre mi accingo a dare una forma finale a questo mio lavoro già cominciato in tempi più felici non posso fare a meno di notare come parecchi dei concetti in esso citati abbiano per me mutato di significato la notte del 06.04, quando variabili esterne e decisamente al di fuori della mia capacità di previsione e controllo hanno radicalmente modificato quello che a buon titolo potevo considerare il mio progetto di vita. Parlando ad esempio di variabili ambientali e loro influenze, mentre prima questa semplice frase aveva un significato anodino, freddo, e rappresentava tutto sommato qualcosa di impossibile da verificarsi, adesso invece credo di riuscire a comprendere meglio come debba sentirsi una persona che vede il proprio destino diverso da quello degli altri per cause “naturali”. Quando si parla di vite nettamente divise tra un “prima” ed un “dopo” non posso far altro che sovrapporre questo prima e dopo al tramonto ed all’alba di quel giorno. Ed in contesti come quello che mi trovo mio malgrado a vivere la diversità in generale, e la diversabilità in modo ancora più marcato, tende ad essere marginalizzata, relegata in fondo alla lista infinita di problemi e di emergenze da risolvere. E l’integrazione torna ad essere un lusso che non ci si può concedere per cause di forza maggiore. Si pretende di rispondere alla forza che ci ha schiacciato con altrettanta forza, si pretende di cancellare con un colpo di spugna l’accaduto, o di ricominciare seguendo le stesse regole che hanno causato la prima tragedia. Si cerca di superare un trauma rimuovendone il ricordo, ma non le cause.
Personalmente pur non avendo trovato risposte, ma solo infinite, nuove domande, ho trovato almeno un buon modus operandi proprio riordinando il materiale per questo lavoro: se si vuole concentrare l’attenzione sulla crescita, sulla costruzione e su quanto di positivo c’è in ogni singola persona, non ci si può riferire all’umanità dividendola in categorie. E’ necessario tornare a far parte tutti della stessa famiglia. Così è nato l’ICF: lo stesso sistema di classificazione viene utilizzato sia per i “vecchi” normodotati che per quelli che una volta venivano relegati nella dimensione discriminante già nel nome dei portatori di handicap. ICF classifica il funzionamento, ciò che funziona, in ogni individuo, ed in quanto tale costringe a confrontarsi con quello che si può costruire, non su quello che è andato perduto, per un motivo o per un altro. Guarda con occhi fiduciosi al futuro, senza negare le difficoltà, ma accettandole ed integrandole in un progetto più ampio, il progetto di una vita intera. Per chi saprà cogliere questa lezione si apriranno nuovi orizzonti. Chi invece vorrà semplicemente ricostruire l’esistente non si accorgerà neanche della possibilità, intento come sarà a ripristinare tutti quegli steccati dietro ai quali siamo soliti nasconderci.

Nanite factor

Era quasi buoi ormai, a causa delle basse nuvole che si addensavano sulla linea dell’orizzonte, avanguardia di un temporale che avrebbe finalmente slavato via le fitte nubi di polveri sottili, oramai visibili ad occhio nudo.

Nel laboratori l’atmosfera era tesa, resa ancora più elettrica dalla mancanza di illuminazione, saltata improvvisamente per colpa di qualche sbalzo di tensione. Solo i rumori dei potenti generatori, entrati in funzione per tamponare down in grado di causare danni alle attrezzature, rompevano il silenzio calato improvvisamente.

Lo schermo sfarfallava un po’ nel tentativo di visualizzare audiovideo 2D del secolo scorso. Uno schermo olomatico giaceva inerte al fondo della stanza, pugnalato dal brusco calo di tensione. Solo una massiccia iniezione di energia, per ripartire. Fino ad allora, erano tagliati fuori. E quel silenzio non prometteva nulla di buono.

La mancanza di olovisioni e di neuroconnessioni li aveva colti impreparati come pattini al largo durante la Tempesta Perfetta.

“sei sicura di quello che dici?”

“Hai visto anche tu. E’ di metallo. Le immagini non mentono.”

“Ma non ha senso. Non ha assolutamente senso!!”

“Certo che ce l’ha. Deve averlo. Lo hai visto perfettamente. Esiste.”

“..ma non dovrebbe!”

“Questo non sposta il problema di una virgola. Non è certo facendo finta di non vederlo che potremo capirci qualcosa. Piuttosto, sai nulla sui metalli polimorfici?”

Scosse le spalle: non poteva accedere alla sua memoria, dispersa nelle neuroreti collettive. E senza di quella, non sapeva più nulla. Questo contribuì a renderlo ancora più stizzoso.

“Ed allora, caro il mio genio, cosa suggerisci di fare?”

“Nulla. Aspettare. E non dire niente a nessuno. Ti rendi conto che per la prima volta nella nostra vita siamo liberi di tenere un segreto?”

Vecchie carte

Spuntano da ovunque: ogni volta che provo a mettere ordine. Vecchie carte, appunti, cose che ho dimenticato completamente di aver scritto. Oppure appunti, memoranda che ho colpevolmente smemorato. Piccoli spunti di vita sospesa, insomma. E dato che la decisione irrevocabile è di ripartire puntando saldamente i piedi sulla poca terra ferma rimastami alle spalle, finiranno pubblicati.

Non so se questa cosa possa realmente avere senso, ma di sicuro, tra le strade possibili da percorrere, non mi sembra nè più nè meno sbagliata delle altre. Ed è divertente.